Personaggi da non dimenticare: Useppe. Di Maria Caldei

Se Useppe, occhi di mare e di cielo bavarese, fosse campato, oggi avrebbe superato i sessant’anni, dato che la sua vita ha inizio nel 1941.
Ma la sua è un’esistenza letteraria. Seppure indelebile, essendo che la sua venuta al mondo apre La Storia (Einaudi – Gli struzzi ’74) di Elsa Morante, e che i suoi sei anni di vita scandiscono tutti i capitoli del romanzo.
Dunque è lui il protagonista. Anche perché, straordinariamente e di continuo, percepisce pervasione di luce celestiale, e sigilla uno sguardo che sparpaglia sulle pagine l’incanto raccolto da tutto quanto incontra. Un bambino dall’anima e dagli occhi talmente grandi da rappresentare però una forte contrapposizione sia alla guerra, sia ai brutali conflitti psicologici che permeano l’intreccio. Con l’immediatezza smagliante capace di concretizzare il sogno della conservazione dello stato di originale incantamento inattaccabile dai gravami del vivere. Che poi è uno dei cardini della poetica morantiana.
Ché, sebbene nel romanzo tutti i personaggi sognino, i loro sogni, come del resto i loro incubi, non divengono mai messaggi decisivi, come quello di questo bambino straordinario. Anche se Morante protegge tutti, come una gatta con i cuccioli, affinché ogni divagare risulti difeso dalla Storia: uno scandalo che dura da diecimila anni.
Pertanto un pischello minimo e disarmato oppone la sua spontanea confidenza con il mondo alla virulenza imposta agli uomini dalla guerra! E, se da un lato offre stupore favoloso e familiare innamoramento con la realtà, dall’altro sancisce un principio di deformità più terribile della morte. Un evento dopo l’altro e benché le ombre della sua prigione terrena inesorabilmente si proiettino sopra la sua prodigiosa freschezza, egli, infatti, prosegue imperterrito a distinguere bene la fonte della luce e a trovarvi gioia.
Per Morante come per il poeta William Wordsworth, il fanciullo è il più grande dei filosofi!
Ed è per ciò che il sentire dilatato di un bambino si confronta con quello recintato di un adulto. In questo caso con la madre Ida, e fino a contrastare gli incubi notturni scaturiti dalla mente della donna. Formando un insieme istintuale capace di risucchiare i tormenti del mondo circostante.
Useppe dunque è anche il partner di una coppia. Che con la sua incantata passione per le parole: un valore sicuro, come fossero tutt’uno con le cose, conclude un’insopprimibile intesa festante con l’universo, assolvendo pure funzione critica verso il mondo di Ida, zeppo di ossessioni e regressioni psicologiche. E senza tregua, affinché tale rapporto simbiotico avvalli la supremazia dell’ingenuità puerile, illimitata al confronto con le spaurite fobie adulte. Così che la devastante dimensione onirica della donna, si smorzi tramite quella ridente del pargolo. Con aperture di scenari pacificati, sia per la corrispondenza fra sogno e realtà, che sublima anche lo stimolo esterno più turbativo, sia per la narrazione di un’infanzia fedele alla propria intenzione di non morire!
Accade pertanto che il romanzo contenga una trionfale restituzione di mmagini, assimilabili vuoi a un quieto dondolio acquatico, vuoi a un librarsi dolce nell’aria. Soprattutto per l’uso di un linguaggio che esalta il valore di una comunicazione altra. Ottenendo che la verginale confidenza corra lungo le pagine con continui squarci di allegrezza e di serenità, sconfinanti pure in comico candore.
Sebbene inizialmente rappresentato con i procedimenti della scrittura e della ritrattistica dei fumetti, Useppe però non appartiene al mondo statico dei comics e delle fiabe. E’ vero, è stato molto amato dai lettori di Linus – n.10 ottobre ’74 a firma Oreste del Buono – che in lui ritrovarono segni di numerosi personaggi familiari: con i suoi ciuffetti lisci, umidi e lustri, come quelli di certe anitre migratrici....e uno più spavaldo proprio in centro alla testa che gli stava sempre ritto come un punto esclamativo. Oltre che la somiglianza con uno gnomo dei cartoni animati per il suo abbigliamento raffazzonato e il diletto di trastullarsi con una palletta giallo-rossa di pezza o con una noce!
Fin dall’inizio della sua esistenza lattante, pur godendo di quell’eccezionalità rintracciabile solo nella dimensione fiabesca o nel prodigio come quella di Budda, Useppe esiste per simboleggiare nient’altro che l’innocenza incorruttibile e straniata dal mondo! E, in qualità di depositario di una forza connaturata e misteriosa, che rende credibile persino il suo essere venuto al mondo con le proprie forze e senza costare troppo dolore agli altri, la sua inclinazione a scoprire quotidianamente lo spettacolo di sfavillante integrità offerto dal reale, senza paura, ma quasi rapita in una quieta estasi, si dichiara quale fede incrollabile.
Pertanto la sua animuccia è esente anche dal tremore del fanciullino pascoliano: lui non vedeva le cose ristrette dentro gli aspetti a loro usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all’infinito. Proprio perché messaggero di un universo che rifrange solo limpidezze ariose, egli non può rivelare simbologie oscure e inconsce. E possiede limpidezze talmente supreme che solo un procedimento di interpretazione riduttiva riuscirebbe a collocare entro il campo retorico-semantico.
Ma sarebbe possibile un registro differente essendo Useppe designato a essere l’unico personaggio del romanzo in grado di non frapporre filtri tra sé e gli altri? E come meglio se tutte le figure che entrano in campo, in confronto alla sua armonia con il cosmo, debbono risaltare sconsolate, sole e chiuse vuoi nell’afasia tanto nel balbettio che nello sproloquio? In una risoluzione narrativa di affastellamento generale che ha la funzione di decretare la disappartenenza alle atroci bestialità insite nella guerra, oltre che la ricusazione di qualsivoglia distinguo generato dalle logiche distruttive!
Per Useppe, non esistevano differenze, né di età, né di bello né di brutto, né di sesso, né sociali.
Sicché la scrittrice accomoda Useppe nel racconto, fin dall’inizio e con grande riguardo, e quale esplicita richiesta di una comunità umana, dentro la quale i rapporti siano liberamente convenuti e socialmente solidali. Proprio essendo egli stato procreato mediante uno stupro compiuto da un soldato tedesco, adolescente e ubriaco su una donna rassegnata. E conferendogli impetuosamente quella grazia utopica che lo apparenta ai F.P. (Felici Pochi) del poema manifesto: Il mondo salvato dai ragazzini (Einaudi ’68). Che in lui germina, esclusivamente nella freschezza anteriore a ogni esperienza. Così che la sua breve stagione conoscitiva resti racchiusa in uno sguardo fiducioso e festevole, in un tripudio di risatelle e sterminate esplorazioni.
Lasciando, nella storia letteraria, una fisionomia dai lineamenti nitidissimi e di densa e trasparente interiorità, estranea alla paura e alla vergogna. Come Pazzariello un bastardo esalta una condizione di integrità felice e di privilegio. Quello concesso a coloro che non hanno il senso dei limiti dell’io, o a coloro che siano riusciti a liberarsi dal peso e dalle misure che rinserrano l’essenza fisica.
A vent’otto anni di distanza dal suo concepimento letterario, Useppe resta quindi un personaggio che sprigiona il fascino di quel narcisismo fanciullesco talmente autosufficiente da ignorare qualsivoglia riconoscimento gratificante. E che, grazie al suo essere straniero all’apoteosi della corruzione e della pochezza umana, insita in ogni guerra, rammenta che a patirne le conseguenze più rovinose, in primo luogo sono i bambini. Una su tutte il traumatico abbandono del regno felice.

Elsa Morante (Roma 1912-1985)
Principali opere:

Il gioco segreto (racconti 1941)
Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1942)
Menzogna e sortilegio (romanzo 1948)
L’isola di Arturo (romanzo 1957)
Alibi (poesie 1959)
Lo scialle andaluso (racconti 1963)
Il mondo salvato dai ragazzini ( poema manifesto1968)
La Storia (romanzo1974)
Aracoeli (romanzo1982)
Pro o contro la bomba atomica (1987)
Diario 1938 (1989)


torna alla pagina precedente