GIOVANNI
ARPINO ROMANZIERE DELLE LANGHE. Di Giorgio Barberi Squarotti
In nessun modo Giovanni Arpino può essere ricondotto alla lezione
pavesiana, anche se alcuni dei suoi romanzi hanno un'ambientazione topografica
e antropologica negli orli estremi delle Langhe, e anche se la sua raccolta
di versi del 1954 si intitola con un nome di luogo e di vino langarolo
come Barbaresco (ed è poesia sicuramente pavesiana, del
Pavese de La terra e la morte, per lo sfondo contadino, partigiano,
primitivo). Ma Arpino, a testimonianza della sua fondamentale vocazione
narrativa, esordisce con un romanzo, Sei stato felice, Giovanni,
del 1952, pubblicato da Vittorini per i soliti Gettoni, con l'indicazione
della fonte hemingwayana che, in realtà, non c'entrava con la rappresentazione
di una giovinezza avventurosa e fiduciosa, sullo sfondo di una Genova
popolare, fra bar, prostitute, contrabbando, piccoli espedienti e non
troppo colpevoli inganni per sopravvivere giorno dopo giorno, senza chiedere
nulla di più alla vita accolta fervidamente nelle non gravi pene
e nei non troppo impegnativi piaceri, così come si presenta, con
la piena disponibilità di fronte a quanto offre. E' la celebrazione
della leggerezza della vita nella giovinezza, in un tempo in cui il dopoguerra
è ormai finito, e le illusioni non sono ancora diventate completamente
delusioni e peso di sconfitta morale e politica. Il protagonista è
una sorta di "fanciullo divino" inconsapevole e innocente, perché,
sì, pronto ad approfittare di ogni occasione offerta dal caso o
dall'abilità per risolvere i problemi del cibo, del letto, del
sesso, con perfetta irresponsabilità, ma anche con gentilezze e
con grazia. C'è, al fondo degli episodi di tale non educazione
alla maturità, onde il romanzo è il contrario di quello
che potrebbe sembrare, cioè un Bildungsroman, una fiducia estremamente
avventurosa nelle possibilità che la vita e il tempo offrono a
chi sia pronto sempre all'attenzione e disponibile. E la scrittura lucida,
saporosa, vivida, accompagna perfettamente quel tanto di picaresco che
c'è nell'opera.
Diverso è il secondo romanzo, quando ad ambientazione e argomento
, ma non lontano quanto a concezione del mondo. Gli anni del giudizio,
1958, sono un rigoroso romanzo politico, uno dei pochi autenticamente
significativi del dopoguerra. L'opera è ambientata a Bra, e racconta
l'esperienza di un militante comunista durante una campagna elettorale,
in una città chiusa, ostile, sorda, con intorno una campagna, ai
margini delle Langhe, fortemente legata alle tradizioni conservatrici
e religiose. D'altra parte il protagonista si trova a confrontarsi con
i funzionari del partito, invitati dall'apparato, che non approvano le
aperte e nette contrapposizioni politiche e la lotta radicale che egli
conduce, e mirano piuttosto a compromessi, a spartizioni di potere, a
porre ai confini i vecchi operai come Braida e come gli ex partigiani,
giudicati troppo rozzi e incapaci di cogliere le sfumature della politica
nazionale. Il comizio conclusivo di Togliatti a Cuneo è il reattivo
sensibile, che rivela all'operaio Braida il mutare delle cose e anche
del proprio destino di emarginato proprio dal partito a cui ha dato tutto
se stesso: l'entusiasmo, sì, ben colto dai compagni contadini e
operai, ma anche il senso, che essi hanno e che anch'egli avverte, di
parole e programmi che non sono per loro, che passano sulla loro testa
e sui loro piccoli problemi di fabbrica (dove sono sempre più messi
da parte) e di campagna, dove sono sommersi dalal schiacciante propaganda
dei preti. Al protagonista non rimane che chiudersi in sé, nella
propria famiglia, nella fedeltà dell'idea e della lotta, anche
al di fuori del partito. E' la storia della sconfitta della generazione
che ha fatto la Resistenza o, comunque, ne ha condiviso l'idea di cambiamento
e di rinnovamento.
Di tutt'altro argomento e di opposta impostazione narrativa è l'altro
grande romanzo di Arpino, La suora giovane, del 1959. C'è
viva, nel romanzo, una Torino nebbiosa, umida, fredda, invernale, di strade
solitarie in notti deserte, ma non ancora inquietanti: e su tale sfondo
si svolge l'incontro assurdo e paradossale fra la "suora giovane"
Serena che viene da un paese della campagna presso Mondovì, e l'impiegato
Antonio Mathis, che vive una vita inerte, conformista, fra feste con i
colleghi e amori poco impegnativi e una stanchezza della monotonia del
proprio lavoro che non riesce a diventare la molla per una scossa, per
un cambiamento. La suora, che Antonio incontra a sera, mentre si reca
ad assistere un malato grave, a poco a poco, con un'astuzia contadina
ben calcolata e tenace, attira a sé l'attenzione di Antonio, incuriosito
dal segreto che avverte dietro la bellezza discreta della ragazza e le
poche parole che scambia con lei attraverso la porta socchiusa dell'alloggio
del lavoro di assistenza di lei. E' la curiosità per la trasgressione,
per il proibito, ma la scopre6ta del segreto della suora è del
tutto opposta alla tradizionale situazione del rapporto amoroso che infrange
il divieto religioso. Serena ha messo sui tutta la recita per trovare
la salvezza dalla miseria delle proprie origini contadine, prima facendosi
suora, poi cercando di trovare un marito che le dia maggiore agio e stato
sociale. La visita di Antonio alla casa dei genitori e Serena rivela il
fondo oscuro e doloroso di fatica e di pena da cui viene la ragazza, e
deterina l'uomo ad accettare l'offerta di sé di Serena e a sposarla,
dopo averne ritualmente richiesto l'autorizzazione ai genitori di lei.
Le dà cioè quella tranquillità di esistenza a cui
aspira, ma, al tempo stesso, coglie l'occasione per mutare la propria
esistenza. Arpino racconta con straordinaria finezza la vicenda, con un'arte
di sfumature e di dosature sapienti rivelazioni della verità delle
anime e dei fatti, capaci di rinnovare a fondo la situazione.
Al confronto, Un delitto d'onore, del 1961, non è che
la ripresa di un tema ampiamente sfruttato dalla narrativa meridionale
(e Seminara, La Cava, Silone, tanto per fare soltanto qualche nome di
autori di analoghe narrazioni, stanno lì a dimostrare l'ovvia diffusione
dell'argomento); né nuova è la collocazione storica dei
fatti, nel periodo dello squadrismo e della presa del potere del fascismo.
Se mai, nella figura della ragazza, vittima dei pregiudizi sessuali e
familiari della società meridionale, che sposa il ricco borghese,
pur sapendo di non essere più verginee di andare incontro al ripudio
e alla vendetta, c'è la traccia di quella volontà di vivere,
di avere la propria parte, di non essere sempre fino in fondo sfruttata
e oppressa, e a questo fine La protagonista mette al servizio la propria
bellezza, che è anche di Serena e di tanti altri personaggi di
Arpino (lo stesso Giovanni del primo romanzo).
Ben più consentaneo all'interesse antropologico dello scrittore
è Una nuvola d'aria (1962), dove Arpino sa cogliere l'occasione
di cronaca delle manifestazioni e delle esposizioni per il centenario
dell'Unità d'Italia, a Torino, per ambientarvi dentro il fallimento,
nella situazione privata, delle illusioni di totale trasformazione dei
rapporti fra gli uomini all'interno della vita di partito e della condivisione,
fra compagni, di idee e comportamenti. Il tre protagonisti, una donna,
Sperata, che è moglie di Matteo, e, contemporaneamente, l'amante
del suo amico Angelo, ma tutto in perfetta luce e consapevolezza, si trovano
vivere la loro esperienza nell'atmosfera falsa e ingannevole delle meraviglie
della tecnologia, dei mezzi di comunicazione di massa, del progresso materiale,
che l'esposizione d'Italia 61 mette in mostra per la seduzione soprattutto
delle classi popolari, sempre più lontane dall'impegno politico
che, invece, i tre protagonisti ancora esercitano, sia pure in modo molto
diversi rispetto a quelli della lotta partigiana e del dopoguerra. A questo
punto esplode la tragedia: Matteo distrugge tutti i segni e del "benessere"
tecnologico della sua casa, e fugge sulla sua moto, ribellandosi così
alla degradazione di ogni valore, sia anche all'ipocrisia che mette l'etichetta
di modernità e di spregiudicatezza sopra una storia banale e borghese
di adulterio. La fuga è verso le proprie origini langarole, nel
fondo delle campagne rimaste ancora arcaiche e non toccate dal "miracolo
economico": ma è una ricerca di salvezza alle proprie radici
che è impossibile, perché se anche la donna Sperata viene
da quelle campagne, ora tutto è cambiato e non può certamente
essere ritrovata come era, per quanto il paesaggio, i modi di vivere,
i personaggi siano rimasti intatti. Così Matteo si uccide con la
moto, non svoltando a tempo in una curva; e con la moto infranta lo ritrovano
Sperata e Angelo. E' il segno della sconfitta ma anche la rivelazione
dell'ipocrisia sia dell'impegno politico, superficiale e pieno di compromessi,
sia della pretesa di spregiudicata modernità nei rapporti della
vita.
L'ombra delle colline è del 1964 e racconta il ritorno
alle origini del protagonista: a Bra, alla famiglia d'origine, all'adolescenza
nel difficile rapporto con il padre ufficiale dell'esercito , delle sbandate
avventure prima ai margini della lotta partigiana , poi come volontario
nella repubblica sociale a La Spezia, infine di nuovo e definitivamente
presso i partigiani delle prime colline delle Langhe. Il romanzo, che
si svolge sul filo del viaggio di ritorno del protagonista alla sua terra
e al passato, vuole essere un rito di liberazione dal peso di esperienze
contraddittorie e a tratti atroci, come il soldato tedesco ucciso nel
bosco e seppellito, oppure l'orrendo spettacolo dei fascisti morti lungo
le vie d'ingresso dei partigiani , il 25 aprile, a Torino. C'è,
in più, il rapporto con il padre, che è alla base dell'inquietudine
del protagonista e delle sue decisioni di andarsene n tutti i modi da
casa, verso una definizione di sé e una maturazione. Ma il viaggio
all'indietro non è né una liberazione né la motivazione
di un rinnovamento, di un'uscita dall'ordine e dall'inerzia del presente.
Dopo, Arpino varia molto più decisamente il suo discorso. In Un'anima
persa, del 1966, lo sfondo è di nuovo Torino, quella colllinare
della buona borghesia, nelle cui stanze si svolge la recita di degradazione
e di orrore della schizofrenia del protagonista, difesa e custodita gelosamente
dalle donne di casa, fino a farsi complici dell'abiezione del rispettabile,
in apparenza, direttore della società del gas. La vicenda è
vista dalla prospettiva del nipote, venuto a Torino per gli studi e gli
esami: e proprio la scoperta di tanto orrore morale e fisiologico è
la causa della perdita della sua anima, ferita a morte. Torino è
di nuovo lo sfondo de Il fratello italiano, del 1980: ma la città
è dominata dalla malavita, dai venditori di droga, dagli sfruttatori,
nella quale il piccolo meridionale, la cui figlia è stata ridotta
dalla droga a una sorta di spettro, e l'anziano maestro in pensione che,
da vecchio comunista, vive con il gatto Stalin e a un certo punto viene
a sapere che anche la figlia si trova minacciata di morte dalla stessa
malavita, si alleano per fare un poco di chiarezza e di giustizia, uccidendo
insieme l'uomo che è la causa diretta delle loro pene di padri
disperati e sconvolti (ma il "fratello italiano", prima, in
una delle scene più tragicamente intense della narrativa contemporanea,
ha ucciso per pietà la figlia, ridotta a uno scheletro dalla droga).
Il maestro Botero, alla fine, decide di scrivere tutta la storia, perché,
anche se non è più probabile che esista un Giudice assoluto
e giusto, pure, per disperazione, è necessario credere che ci sia
e che ci si possa rivolgere e lui per mettere le cose a posto e a chiarire
le responsabilità e le ragioni. Anche questo è uno dei vertici
della narrativa di Arpino, nel momento in cui affronta il male del mondo,
senza più illusioni nella storia. Il fratello italiano
è, per questa ragione, un altro momento alto dell'opera italiana:
più de Il buio e il miele (1969), storia del viaggio che
un grande mutilato, un ufficiale rimasto cieco e col volto deforme per
un incidente militare, fa, con la compagnia ingenua e fedele di un attendente
lungo tutta l'Italia, fino a Napoli, per l'ultimo incontro con la vita
(il sesso, i vecchi amici) che dovrà concludersi con il suicidio
, da attuarsi insieme con l'uccisione del collega rimasto anch'egli mutilato
nello stesso incidente. Ma il gesto di uccidersi fallisce; e una ragazza
cercherà di prendersi cura della sua disperazione. L'asprezza del
protagonista, che si vendica con la sgradevolezza delle parole e del comportamento
dello scherzo maligno che gli ha fatto la vita, dà luogo agli episodi
migliori, mentre tutta la parte napoletana rischia il patetico: che è,
un poco, il limite più spesso incombente, presente anche in La
sposa segreta (1983), pur così suggestivo per la tenace fiducia
nella vita che vi è raccontata, malgrado le disgrazie e le malattie,
mentre randagio è l'eroe (1972) e Domingo il favoloso
(1975) appartengono piuttosto al filone picaresco della narrativa arpiniana,
quasi a riprendere l'atmosfera di avventura e utopia del primo, lontano
romanzo.
In più, c'è la grande attività di Arpino come giornalista,
che nell'ambito sportivo è stato con Gianni Brera, uno dei maestri
del dopoguerra: e ne nacque il romanzo Azzurro tenebra (1977),
grottesca narrazione della disastrosa partecipazione italiana ai campionati
del mondo di calcio del 1972 in Germania.
Arpno è un narratori sì attento e curatissimo, quanto a
costruzione dei romanzi e a stile, ma è anche un esorbitante sperimentatore
di storie, di osservazioni, di interventi, di versi, questi ultimi in
dialetto, in lingua (Il prezzo dell'oro del 1957), raccoglie
la maggior parte dell'opera poetica), satirici (Fuorigioco, 1970);
e ci sono poi le tante novelle, fin dai primordi della scrittura narrativa;
i Racconti di vent'anni, del 1974, oltre a Il primo quarto
di luna (1976) e Regina di cuori (usciti postumi). Unica
di Arpino è la capacità di fissare nella dimensione breve
del racocnto unos corcio di vita, un'esperienza significativa, l'avventura
di un personaggio o di un gruppo, rilevata con straordinaria nettezza
e icasticità. L'edizione integrale delle opere di Arpino (pubblicata
fra il 1992 e il 1993), ha permesso di ritrovare molti racconti giovanili,
già perfettamente intesi a delineare quello scarto di aggressività
e di perpetuo interesse per le stranezze e le occasioni della vita, che
è motivo costante di tutta la narrativa dell'autore; infine, ha
rivelato anche un romanzo inedito, di impianto fondamentalmente lirico
nella rievocazione della memoria d'infanzia e adolescenza che dimostra
l'affondare delle origini narrative di Arpino nella narrativa memoriale
degli anni 30' e 40', molto lontano da pavese e dalle forme "piemontesi"
di rappresentazione del primitivo e delle origini entro le Langhe; e,
del resto, i racconti richiamano piuttosto le crude essenzialità
dei rapporti economici e familiari della Langhe di Fenoglio, che quelle
mitiche di Pavese, con l'avvertenza che le date rivelano la primazia cronologica
di tali sperimentazioni.

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