INTERVISTA AD HELGA SCHNEIDER. A cura di Franco Romanò
R.: E' vero: il tema dei brutali atti di rivalsa compiuti dai soldati dell'Armata Rossa nei confronti della popolazione civile tedesca residente nelle allora province orientali del Reich tedesco, e la conseguente fuga di circa 14 milioni di disperati di cui moltissimi morirono in condizioni orribili e disumane tra cui bambini e neonati, è stato per decenni una specie di tabù. Si temeva che si arrivasse a pareggiare in qualche modo i crimini nazisti commessi sul suolo dell'Urss con quelli dell'Armata Rossa commessi sui civili tedeschi sul territorio del Reich. La Germania, si ripeteva, doveva prima fare i conti con i crimini e genocidi commessi durante la Seconda Guerra Mondiale nei confronti di molte nazioni e popoli non solo in Unione sovietica, ma anche nei confronti di altri paesi. E così sulla tragedia dei civili della Germania orientale, che avevano perso la patria, tutti gli averi, e avevano contato milioni di morti, per diversi decenni era stato steso un velo di silenzio. Solo ora si comincia, in Germania, ad affrontare questa annosa tematica che, ad ogni modo, tedeschi e sovietici hanno in comune. Una questione che prima o poi dovrà essere elaborata da entrambe le parti. D.: Nei suoi romanzi e nelle sue testimonianze ci sono molti bambini, lei stessa era una bambina quando dovette assistere agli orrori di cui parla. Sono bambini che hanno dovuto crescere molto in fretta, eppure mi sembra che il suo sforzo, da un punto di vista narrativo, sia stato quello di recuperare per quanto possibile l'innocenza e talvolta persino l'ingenuità di quello sguardo. E' così? R.: Nei miei libri autobiografici e/o testimoniali compaiono spesso i bambini perché io stessa vivevo da bambina sotto la dittatura totalitaria, antidemocratica e terroristica di Adolf Hitler nonché sotto la sua guerra; quello nazista è stato un regime che negò a me e alla gioventù tedesca il diritto all'infanzia. Nelle mie memorie tento di ricostruire anche i miei sentimenti di allora. Scrivendo i miei testi e calandomi full immersion nel passato, ho molto sofferto, e non lo dico per catturare simpatie. Rivangare, ossia frugare in antichi dolori e angosce, fa male. E' come riaprire vecchie ferite. E' vero, tento anche di recuperare il mio sguardo innocente di quell'epoca, anche se si tratta di uno sguardo ferito. Come tutti gli sguardi dei bambini di guerra; le guerre di allora e le guerre attuali. D.: Veniamo ai due protagonisti de L'usignolo dei Linke, Kurt e lei stessa, Helga. A volte, in un romanzo autobiografico, l'autore sceglie di cambiare il nome al personaggio, lei invece ha voluto mantenere quelli veri. Perché? E cosa ha comportato questo per la scrittrice Helga Schenider rispetto al personaggio di Helga. R:. Rispettando la privacy del vero Kurt e la sua famiglia, ho naturalmente usato uno pseudonimo. Per quanto riguarda il mio nome, fin da Il Rogo di Berlino, libro autobiografico uscito nel 1995 da Adelphi, ho usato il mio vero nome e cognome. Lo devo ai miei lettori. D.: Il romanzo è costruito a mosaico, vi sono dei cambi di tempo, flash back, cambiamenti di registro linguistico e brani di vera e propria saggistica storica. Preso nel suo insieme il libro è composto con una tecnica che definirei cinematografica; oppure lei ha semplicemente seguito la sua memoria, che procede in questo modo zigzagante? R.: Mi ripetono spesso che i miei libri hanno un impianto cinematografico, forse perché in gioventù ho frequentato un corso di recitazione e regia. Gli inserti storici, soprattutto ne L'usignolo dei Linke, sono necessari per illustrare entrambe le posizioni, sia quelle delle armate naziste (invasione, stupri, massacri), sia quelle delle Armate rosse (avanzata verso Berlino, odio e sete di vendetta accumulati in anni di lotta contro l'invasore nazista ecc.); non per giustificare (ad esempio le barbarie dell'Armata Rossa nei confronti dei civili tedeschi), ma per descrivere entrambi i lati di una stessa medaglia. D.: Veniamo a Lasciami andare madre. Ciò che più mi ha colpito di questa testimonianza è l'impossibilità di fare giustizia per crimini così grandi come quelli compiuti nei campi di sterminio, senza assumere in qualche modo la parte del giustiziere, altrettanto spietato. C'è un passaggio del suo libro in cui lei dice chiaramente di rendersi conto che stava torturando sua madre con le sue domande insistenti su ciò che aveva fatto come guardiana nel campo di Birkenau: una vecchia signora novantenne, per giunta! E' tornata a pensare a questo dopo che il libro è uscito? R.: Sì, ho ripensato spesso al duro interrogatorio che nel 1998 ho fatto a mia madre quasi novantenne. Ma penso che leggendo Lasciami andare, madre, si comprenda benissimo il meccanismo e la dinamica che avevano sortito quell'interrogatorio. Successe dopo ciò che nel libro ho chiamato la svolta. Il libro contiene una spaccatura provocata dal contegno di mia madre. La spaccatura ha prodotto la svolta, che ha dato inizio all'interrogatorio. D.: Le sue sono testimonianze tragiche in un secolo che ha conosciuto molte tragedie ma poche opere tragiche. Come se lo spiega da scrittrice? R.:
Un secolo che è stato caratterizzato da guerre, dittature scellerate,
da grandi e dolorosi flussi migratori forse ha voglia di dimenticare e
quindi produce più opere liete che drammatiche. Per fortuna ci
rimangono sufficienti creatori di opere che si assumono il compito di
non far dimenticare certi eventi storici. Il nostro presente è
fatto del nostro passato. Volerlo ignorare comporta dei pericoli. Uomo
avvisato è mezzo salvato. Conoscere il passato è una forma
di prevenzione. Bisogna sapere di quali mali hanno sofferto i membri di
una famiglia per potere in qualche modo prevenire il ripetersi degli stessi
mali nelle nuove generazioni. D.:
Tengo moltissimo a spiegare che non tutti i tedeschi dell'era hitleriana
erano per Hitler, erano fanatici nazionalsocialisti o volevano che tutti
gli ebrei venissero non cacciati dalla Germania, ma uccisi. Un popolo
non è mai omogeneo. Un popolo non è mai del tutto il suo
Stato. E così non si possono giudicare i tedeschi di allora in
modo categorico: tutti per Hitler, tutti delle SS, tutti antisemiti, tutti
apologeti della guerra. E tengo a spiegare un'altra cosa: che buona parte
del popolo tedesco, malgrado si sia trovato dalla parte dell'aggressore
Hitler, ha molto sofferto sia sotto la dittatura nazista, sia sotto la
guerra. Alla fine della guerra, chi usciva dalle cantine (noi), non avevamo
proprio nulla della razza superiore che avrebbe dovuto dominare il mondo,
ma eravamo solo misere, denutrite e sporche ombre. D:.
I suoi romanzi trasmettono una grande fiducia nel potere catartico
del racconto e della parola. Non mi riferisco solo al fatto che lei scrive
romanzi, ma che essi sono pieni di personaggi che raccontano, raccontano
in continuazione. Mi domando se la catarsi possa diventare un modo di
gestire la giustizia nel caso di crimini così grandi e che implicano
un numero altissimo di responsabili. Nel farle questa domanda penso a
un caso concreto e cioè la decisione del Governo Sudafricano di
Mandela di processare i responsabili dei crimini durante il regime di
Apartheid chiedendo loro di dire semplicemente la verità restituendo
alle loro vittime o ai congiunti la dignità che era stata loro
tolta. Mi sembra che in questo caso Mandela abbia scelta il valore restitutivo
del racconto piuttosto che la certezza della pena. Cosa ne pensa? D.: Un'ultima domanda, signora Schneider. Lei a Milano, durante la presentazione del libro, ci disse che il 79% dei tedeschi, i giovani in particolare, sono stanchi di sentirsi rimproverare colpe che non hanno nemmeno potuto commettere. A me pare che non sia soltanto il popolo tedesco ostaggio di un passato che non passa, ma l'Europa intera, che non può pagare in eterno i crimini commessi da un regime; non pensa che su questo gli intellettuali europei, gli scrittori, dovrebbero avere più coraggio e meno sudditanza rispetto a sensi di colpa indotti? R.:
Sì, trovo assurdo e ingiusto che la Germania non riesca a scrollarsi
di dosso i sensi di colpa indotti derivanti dai dodici anni di nazionalsocialismo.
Ma sono anche convinta che è giusto e indispensabile che i giovani
studino il nazismo così come si studia Napoleone e la Rivoluzione
francese. Ma le generazioni nate dopo Hitler, e perfino la mia, sono nata
nel 1937, quindi non ho potuto votare per il Fuhrer, non possono essere
accusati di alcunché. Studiare la storia con equilibrio, analizzandola,
ma senza doversi sentire coinvolti e accusati, questo mi auguro per gli
studenti tedeschi. La Germania è un paese indubbiamente civile
e democratico e stantie accuse non fanno che allontanare i giovani dalla
nostra recente storia europea: che devono sapere e studiare. Il resto
talvolta è mera strumentalizzazione politica. |