IL CONTINENTE INTERIORE. Di Emilio Pappini
In Guerra e Pace di Lev Tolstoj, dopo una lunga e faticosa battuta di
caccia, la contessina Nataša Rostova trova un momento di ristoro
presso la casa di campagna di un anziano parente. Lo zio Michail è
un militare in pensione che si è ritirato nelle sue terre insieme
ad Anis’ja Fëdorovna, governante fedele e ormai moglie di fatto.
Incantata da questa ospitalità rustica ma piena d’affetto,
Nataša si mette in ascolto di un languido motivo tradizionale eseguito
con la balalajka da un servitore. Lo zio, piacevolmente sorpreso del rapimento
musicale della giovane, imbraccia con decisione la sua chitarra e la invita
a ballare una popolare quanto scatenata danza russa.
“Dove, come, quando, questa contessina educata da un’emigrata
francese aveva assorbito un simile spirito dall’aria della Russia,
che lei respirava, e da dove le aveva prese quelle movenze che i pas de
châle avrebbero dovuto cancellare da tempo? Eppure, erano proprio
quello spirito e quelle movenze – non imitate, non apprese da alcuno
– che lo zio si aspettava da lei. Non appena si fermò, e
sorrise con un’aria trionfante, fiera e furbescamente allegra, l’iniziale
timore che aveva assalito tutti i presenti, il timore che lei non ci sarebbe
riuscita, scomparve d’un tratto, e tutti rimasero a guardarla ammirati.
Aveva fatto proprio ciò che doveva, e con tanta precisione, con
una precisione tanto perfetta l’aveva fatto, che Anis’ja Fëdorovna,
dopo averle porto subito l’indispensabile scialle, si commosse e
pianse, ridendo, al vedere quella contessa tanto esile, graziosa, tanto
diversa da lei, ed educata nella seta e nel velluto, e che pure sapeva
comprendere tutto ciò che vi era in lei, in Anis’ja, e nel
padre di Anis’ja, e nella zia, nella madre di lei, e in qualsiasi
animo russo”.
Ancora oggi, anche nel più disincantato e filo occidentale abitante
di San Pietroburgo, permane la segreta consapevolezza d’appartenere
a una terra mistica e sconfinata, un continente interiore che non si rispecchia
tanto nell’equilibrio delle prospettive viarie della sua città,
quanto negli sterminati boschi di betulle e nelle strade fangose attorno
alla casa dello zio di Nataša.
E’ l’intera Russia questo corpo disteso senza alcuna fine,
e senza alcun mare. Gli sbocchi del Baltico, come quelli oceanici a oriente,
sono ben poca cosa rispetto alla sua vastità continentale, come
rispetto ai ghiacci dell’Artico che prolungano il suolo boreale
nella solidità di una perenne calotta ghiacciata. E le uniche quanto
esigue parvenze di uno specchio liquido e salato sono il Caspio e il Mar
Nero. Ne nasce, inevitabile, la percezione d’un orizzonte terrestre
senza limiti, con una letteratura che ha voluto da sempre interrogarsi
su un’identità nazionale sfuggente come i confini di questa
terra infinita, santa e madre.
La terrza di mezzo
L’Europa, nonostante l’addensarsi di civiltà splendide
e ipertrofiche in uno spazio così esile, rimane pur sempre una
minuscola appendice occidentale dell’Asia. E, negli ultimi tre secoli,
la Russia ha puntato lo sguardo verso la cultura europea con ammirazione
devota e sottomessa, seppure cosciente dell’innata attrazione che
l’ha sempre costretta a volgersi verso l’Oriente più
lontano. Dov’è dunque possibile incontrare la vera anima
russa? In Europa o in Asia? A San Pietroburgo o a Mosca? Nei palazzi governativi
dove si discute sulla futura adesione all’Unione europea o nelle
izbe dei villaggi tartari vicino a Kazan’?
Pëtr Caadaev fu uno dei primi pensatori ad interrogarsi sull’identità
russa, ma la sue solitarie visioni ci giungono cupe e sconsolate: la Russia
appare come uno spazio storicamente vuoto, e l’unica salvezza possibile
sembra l’avvicinamento alla cultura occidentale. Nella Prima lettera
filosofica, pubblicata nel 1836 su una rivista, afferma che “noi
Russi non ci siamo mai tenuti al passo con gli altri popoli. Noi non apparteniamo
a nessuna delle grandi famiglie del genere umano, non apparteniamo né
all’oriente né all’occidente, non abbiamo né
l’una né l’altra tradizione. (…) Noi cresciamo,
ma non ci maturiamo, ci muoviamo lungo una strada che non porta ad alcuna
mèta. Siamo come bambini, a cui non si è insegnato a pensare
da sé. E quando siamo cresciuti non abbiamo nulla di proprio, il
nostro sapere è superficiale, e l’anima è al di fuori
di noi stessi. (…) Abbiamo nel sangue qualche cosa che impedisce
ogni vero progresso: siamo comunque, nel mondo dello spirito, un foglio
bianco”. Questo scritto provocò una rabbiosa reazione censoria
da parte dello zar Nicola I: la rivista fu chiusa, il direttore esiliato,
Caadaev dichiarato pazzo e posto sotto sorveglianza medica e poliziesca.
L’intelligencija fu comunque fecondata da queste parole, tanto che
il più luminoso poeta russo, Aleksandr Puškin, rispose alla
lettera di Caadaev tentando di formulare, con commosso orgoglio, una possibile
idea di Russia: “Non c’è dubbio che la separazione
delle Chiese ci abbia staccato dall’Europa e che quindi non abbiamo
preso parte a nessuno dei grandi eventi che l’hanno scossa. Ma noi
avevamo una nostra particolare predestinazione: abbiamo dovuto condurre
un’esistenza del tutto particolare che, pur lasciandoci cristiani,
ci ha tuttavia resi del tutto estranei al mondo della cristianità
occidentale. (…) Io giuro sul mio onore che per nessuna cosa al
mondo sarei disposto a mutare di patria o avere una storia diversa da
quella dei miei avi, quella storia che Dio ci ha dato”.
E’ stato dunque il cristianesimo la pietra angolare dell’identità
russa, la conversione antica di Vladìmir, principe di Kiev, alla
sfolgorante liturgia di Bisanzio. E non c’è testo di letteratura
russa, anche del periodo sovietico, dove non aleggino, magari soltanto
in una pagina, le volute azzurre dell’incenso, le iconostasi abbrunate
dal fumo, lo scuro canto d’un coro di monaci.
Missione religiosa e visionarietà
Il messaggio evangelico attraversa potentemente le pagine degli scrittori
russi e il concetto di sobornost’ sembra suggellarne l’intima
vocazione alla fratellanza universale. Termine difficile a tradursi, sobornost’
deriva dalla parola sobor, letteralmente “cattedrale” o “concilio”,
e prova a designare l’innato senso d’appartenenza alla comunità
basato sulla fede ortodossa. Ed è proprio l’opera di Fëdor
Dostoevskij a farsi portavoce ineguagliata d’un universo visionario
che ha come termine ultimo un Cristo dolente e luminoso. I fratelli Karamazov
è uno dei massimi viatici dell’anima che mai la letteratura
ci abbia consegnato, e le storie sciagurate di Dmitrij, Ivan e Alëša
risuonano come interrogazioni non differibili sul senso della sofferenza
propria e su quella altrui. Il secondogenito Ivan, intelligenza affilata
e amaro disincanto, si rivolge al più giovane Alëša tentando
una spiegazione alla sua impossibilità d’amore nei confronti
del prossimo: “Ascolta: se tutti devono soffrire per riscattare
con le loro sofferenze l’armonia eterna, che cosa c’entra
però il dolore dei bambini? Perché mai sono serviti da materia
e concime per un’armonia futura a vantaggio di chissà chi?
C’è chi magari potrebbe sostenere che tanto il bambino crescerà
e farà in tempo a peccare; però lui, quel bambino, non è
cresciuto e ha vissuto solo nel dolore. (…) Vi è un solo
essere al mondo che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Non voglio
l’armonia, è per amore dell’umanità che non
la voglio. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate. E poi l’hanno
sovrastimata quell’armonia e l’ingresso non è certo
per le nostre tasche. Perciò m’affretto a restituire il mio
biglietto d’ingresso. E farò così. Non è che
non accetti Dio, Alëša: gli rendo rispettosamente il biglietto”.
Ma a questa implacabile teodicea, sembra rispondere lo starec Zosima,
santo personaggio che incarna il raggiante abisso mistico dell’anima
russa: “Agisci per la collettività, opera per l’avvenire.
E non cercare mai ricompense, poiché già grande è
la tua ricompensa: la gioia spirituale che solo il giusto si guadagna.
Non aver timore né dei grandi né dei potenti, ma sii saggio
e sempre generoso. Apprendi la misura e ti sia caro prosternarti per terra
e baciarla. Bacia la terra instancabilmente e amala, senza mai saziarti;
ama tutti, ama ogni cosa, ricerca quest’estasi e quest’ebbrezza.
Inonda la terra delle tue lacrime di gioia e amale, queste tue lacrime.
(…) L’inferno è la sofferenza di non poter più
amare”.
Nel 1880, negli stessi giorni in cui sta completando I fratelli Karamazov
e un anno prima della sua morte, Dostoevskij scrive il discorso su Aleksandr
Puškin in occasione dell’inaugurazione del monumento al poeta.
Alcune sue frasi sembrano avere più che mai un respiro profetico:
“Sì, la missione del popolo russo è incontestabilmente
paneuropea e universale. Diventare un vero russo, diventare completamente
russo, forse significa soltanto diventare fratello di tutti gli uomini,
uomo universale (…). A un vero russo il destino dell’Europa
sta tanto a cuore quanto la Russia stessa, perché il nostro destino
è l’universalità, acquistata non con la spada ma con
la forza della fratellanza fra tutti gli uomini. Coloro che verranno,
i futuri russi, comprenderanno che diventare un vero russo significa aspirare
alla definitiva conciliazione delle contraddizione europee: l’anima
russa, profondamente umana, saprà abbracciare con vero amore fraterno
tutti i nostri fratelli, e alla fine, forse, dirà la definitiva
parola della grande armonia universale, del definitivo accordo di fratellanza
fra tutti i popoli, secondo la legge di Cristo”.
Il messaggio evangelico come scudo e appartenenza
Questo profondo senso d’appartenenza legato al messaggio evangelico
affonda le sue radici nella lontana storia delle invasioni tartare, nel
XIII secolo. Per quasi tre secoli le terre russe furono sotto il completo
dominio dell’Orda d’Oro dei Khan mongoli, in un totale servaggio
di tutti i principati cristiani. Solo nel 1552 gli eserciti russi riuscirono
a spezzare, e per sempre, il giogo tartaro con la presa di Kazan’,
il ritorno trionfale di Ivan il Terribile a Mosca e l’edificazione
della chiesa di San Basilio sulla Piazza Rossa come ringraziamento all’intercessione
divina. La percezione d’essere stati una solida e paziente diga
all’urto pagano delle invasioni tartare verso Occidente, che avrebbe
potuto travolgere l’Europa fino a Lisbona, vive ancora oggi nella
coscienza di ogni russo. L’identità cristiana europea ha
trovato i suoi più strenui difensori fra Don e Volga, e Mosca verrà
ribattezzata “Terza Roma”, degna erede dell’Urbe imperiale
e di Costantinopoli. Questo apocalittico senso di predestinazione finirà
per nutrire tutta la cultura russa, dagli scritti filosofici di Vladimir
Solov’ëv e Nikolaj Berdjaev alla mistica panslava della poesia
dei Simbolisti. All’antropocentrismo e all’ossessiva esaltazione
dell’individualità di cui, in Europa occidentale, l’Umanesimo
e l’Illuminismo s’erano fatti aridi corifei, la Russia ha
offerto un antidoto distillato dal senso più intimo e spirituale
della vita. E uno dei suoi più alti poeti, Aleksandr Blok, si definirà
scita volgendo il suo fermo sguardo verso il tramonto del nostro occidente:
Sì,
gli Sciti noi siamo! Noi siamo gli Asiatici
Dagli occhi guerci e cùpidi!
Per voi i secoli, per noi una sola ora.
Noi, come servi obbedienti,
facemmo da scudo fra due razze ostili –
i Mongoli e l’Europa!
(…)
Ma noi – d’ora in poi – non vi faremo da scudo,
d’ora in poi non entreremo in battaglia!
(…)
Per l’ultima volta – vecchio mondo – ravvediti!
A un festino fraterno di pace e lavoro,
per l’ultima volta – a un radioso festino
ti invita la lira barbarica!

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