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Anna
Maria Ortese
Una scrittura tra realtà e visione. Di Maria Caldei
Il tratto
saliente della scrittura di Anna Maria Ortese è quello della visionarietà.
Visione quale memoria e premonizione che, sparpagliate nell’intera
opera, con intelligenza sottile e sguardo attento all’inesauribile
profondità del mondo, si condensano in una sorta di invito a una
sosta contemplativa circa la bellezza e l’evanescenza di tutto quanto
quotidianamente irrompe nel minuscolo universo esistenziale di ognuno.
Il
realismo non tiene conto che il reale è a più strati e l’intero
creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato,
non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione.
Siamo
mutevoli come nuvole, il mondo non è materia, è sogno, apparizione.
La mite e umiliata Ragione è tutt’uno con l’invisibile.
L’espressività
ortesiana si colloca dunque in quello spazio assolutamente libero che
è la letteratura, considerando il reale non come riflesso del mondo,
ma come secondo mondo o seconda realtà, un’immensa appropriazione
dell’inespresso, del vivente in eterno, da parte dei morituri. Offrendo
così al lettore uno spazio meraviglioso e un tempo estatico e sfuggente.
Poiché è possibile entrare molto bene in contatto con ..tale
inespresso finalmente rivelato, come una seconda irreale realtà,
non tanto irreale, poi, se… la realtà vera… si disfa…
continuamente al pari di un vapore d’acqua e la realtà irreale...
domina... l’eterno. (da Il porto di Toledo)
Tale concetto, che è il perno della poetica di Ortese, si impone
al lettore oltre che per la mappa dei sentimenti umani tessuta con impronta
religiosamente laica, tramite un insolito vai e vieni da un registro all’altro,
nonché per l’uso della lingua, anch’esso visionario,
essendo imprevedibile e anche scombinatorio delle regole. Scrittura fluttuante,
sontuosa e arbitraria, in funzione del trasporto di quell’universo
invisibile che però costantemente incide nella fenomenologia stupefacente
del vivere e del sentire. Di modo che il costante snodarsi di ragionamenti
e riflessioni, sotteso dall’esaltazione del valore di ogni singola
esistenza (la scrittura di Ortese è sovente un ibrido tra saggio
e affabulazione) unitamente a forme svariate di ricerca stilistica, fanno
sì che la risultanza sia la cifra trasognata. Anche se nel complesso
se ne ricava una sorta di concretezza dell’invisibile. In quanto
il talento dell’autrice, un libro dopo l’altro, disegna un
territorio meditabondo che favorisce la percezione piena della complessità
del sentire, improntato da veemente energia vitale.
Una prosa antirealistica condotta quindi con lucidità.
Quasi che una forza misteriosa, producendo una costante pressione su ogni
aspetto del reale, lo delinei prepotentemente. Ma con la singolarità
di trasformare la pena in bellezza e le lacrime in canto. Poiché
la spiccata vocazione estetica di questa zingara assorta in un sogno,
come l’ebbe a definire Elio Vittorini, è costantemente permeata
da un respiro pubblico che in virtù dello spessore morale mai incorre
in inciampi apologetici, seppure fortemente connotato da schietto anticonformismo,
da carica animalista, ecologista, e dall’identificazione con la
parte sociale più negletta.
Sarà perché, come per Cristina Campo, biografia e opere
avanzano congiunte e sospese tra memoria e visione, trasmettendo l’incertezza
e la precarietà della vita?
Sta che Ortese non dimentica mai la propria condizione di nomade e di
randagia, riuscendo a stabilizzare stretto legame tra biografia e scrittura.
Infatti, la sua intera opera somiglia a un lunghissimo monologo assorto
che, seppure incanta, graffia, assicurando al lettore un’esperienza
non comune. Anche per via di una forza immaginativa, stemperata, nei punti
in cui la visionarietà raggiunge l’acme, da una sorta di
distacco progressivamente ironico.
Senza meno un doppio sguardo quello di Ortese, tramite il quale la rappresentazione
della realtà assume caratteri di coscienza vigorosa e l’immaginazione
vasta e duttile immette in un tempo ricco di partecipazione emotiva. Per
l’abile tessitura di metafore, similitudini, paragoni deformanti,
prolissità dell’ossimoro quale rappresentazione della contraddittorietà
della vita.
Verità-finzione, reale-fantastico, ottenuti a mezzo di visioni
strepitose, ideazioni inaspettate di luoghi e di immagini allo scopo di
favorire il superamento della perdita, del compianto, dell’assenza,
della nostalgia. In definitiva una lettura amorosa che introduce alla
meravigliosa sfera del sogno dolcemente, naturalmente, senza eccitare
il sentimento dell’enigma dentro il chiaroscuro della coscienza.

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