L'eros,
lo zen, il mondo. Intervista di Setouchi Harumi a cura di Cristiana Ceci.
“Sono
capace di carpire a chiunque i segreti più gelosi. E di scrutare
a fondo nell’animo degli esseri umani, mettendoli a nudo.”
Parla così di sé Setouchi JakuchØ, un po’ strega
un po’ Buddha. Scrittrice giapponese di grande successo, anche internazionale,
nata con il nome di Setouchi Harumi nel 1922 a Tokushima, nell’isola
di Shikoku. E diventata la monaca biddhista JakuchØ nel 1973, dopo
una vita vissuta senza risparmio: un divorzio con relativo abbandono dell’unica
figlia, un amore ai tempi scandaloso con uno studente, un lungo soggiorno
in Cina negli anni caldi dell’occupazione giapponese, varie liasons.
“Ho preso i voti tardi, non da bambina come è tradizione
fare, e certo non posso aspirare ad arrivare molto in alto nella gerachia
della Tendai, la mia scuola buddhista. Però fino a cinquant’anni
mi sono goduta appieno la vita.”
E si vede. Perché oggi, ottantenne, appare così: un pò
strega un pò Buddha appunto, elegante signora in kimono monacale
viola, il capo rasato, il portamento ieratico e i modi compassati, ma
negli occhi una luce intensa che emana una carica di guizzante, monella
e per nulla senile, vitalità. Nel suo sguardo convivono senza scontro
il distacco dal mondo e l’attaccamento a un’esistenza gioiosa.
“E quando mi tolgo questa” dice seduta a cena in un ristorante
di Milano, sfilandosi la stola color oro, “posso fare le cose più
terribili”: anche bere vino e mangiare pesce, trasgredendo il vegetarianesimo.
La dinamica fra desideri mondani da una parte e tensione pacificante alla
purezza ultraterrena dall’altra costituisce del resto non solo il
vissuto di Setouchi, ma anche il cuore della sua letteratura. In particolare
del suo romanzo più celebre, Jotoku, tradotto in italiano con il
titolo La virtù femminile (Neri Pozza, 2000, traduzione dal giapponese
di Lydia Origlia). Ambientato a partire dagli anni Venti, vede la protagonista
Tami venduta da bambina a una casa da té dove verrà istruita
all’arte della geisha; passerà da un amore all’altro,
da esperienze di violenza o di sesso travolgente, da tradimenti o rapporti
platonici, fino alla decisione di prendere i voti e sublimare nella spiritualità
il turbinio dei sentimenti. Ma la Tami monaca, proprio come l’autrice,
non cessa di serbare in sé passioni e contrasti, frivolezza e un
tocco di edonismo: modificati però, purificati dalle pratiche ascetiche.
Come visti da lontano, con matura saggezza. Pare un’autobiografia
e di certo lo è, ma con le connotazioni del presagio: perché
La virtù femminile è stato scritto nel 1963 e Setouchi è
diventata monaca esattamente dieci anni dopo.
“È stato un moto egoistico a spingermi a ritirarmi. Lo desideravo
per me stessa, per trovare pace e serenità. E invece l’esistenza,
da allora, mi si è aperta, ho aumentato il mio livello di socializzazione,
ho assistito a un’esplosione di vita. Temevo anche il disinteresse
dell’editoria nei mei confronti, una volta monaca, ma è stato
esattamente il contrario e la mia attività si è intensificata:
scrivo molto, perché è la gioia della mia vita, e i temi
della mia scrittura hanno subito un’evoluzione naturale. Non più
romanzi spiccatamente erotici, ma con maggiore attenzione all’umanità,
alla natura, al cuore umano.” Come Hiei (in traduzione sempre da
Neri Pozza), narrazione autobiografica del percorso spirituale e ascetico
intrapreso dalla protagonista sul monte Hiei.
Questa è per Setouchi la virtù femminile per eccellenza:
lo specifico delle donne che si modella in un corpo erotico e spirituale
insieme, in una dimensione emotiva che è sensualità, sensibilità
acutissima, afflato etico, pensiero stratificato. Nella risoluzione, anche
se faticosa, della contraddizione fra spirito e sensi sta la forza delle
donne, e anche della loro scrittura. Delle donne giapponesi almeno: che
oggi si sono conquistate, a suo parere, un indiscusso primato sociale.
“La donna oggi in Giappone è assai più forte dell’uomo:
accanto alla capacità e all’intelligenza, ha guadagnato indipendenza
economica e istruzione. Anche le scrittrici sono più attive dei
loro colleghi maschi, che sembrano avere perso vitalità. Nella
società delle lettere e non, mi appaiono imbattibili. Nella letteratura
classica, uno dei temi ispiratori era la solitudine della donna innamorata,
pulsante di desiderio per il proprio uomo. Che tuttavia talvolta si sottraeva,
perché ai tempi vigeva la poligamia: fino a sette mogli erano consentite,
e il marito si recava da loro a turno, stando ben attento a non scontentarne
nessuna. Un’onta se fosse rimasto due notti consecutive con la stessa.
Oggi la situazione si è ribaltata: è la donna a scegliere
di avere più uomini e nel ventunesimo secolo, ne sono certa, sarà
lei ad andare a trovare i tanti mariti nelle loro case. E mi auguro anche
che la Costituzione giapponese verrà modificata per consentire
alla piccola Aiko di salire al trono, visto che è l’unica
erede. Un’imperatrice, sarebbe bello: tutto prospera in un paese
quando c’è una regina femmina.”
Sarebbe la degna conclusione di un percorso faticoso, che parte da lontano.
E che Setouchi ha ben indagato, inseguendo anche con le sue opere quelle
tracce di potente femminilità, di quella forza che le appare la
chiave per aprire il mondo. Oltre ai romanzi, ha infatti scritto varie
biografie: come Tamura Toshiko, del 1961, che è il nome di una
scrittrice (1884-1945) marginale forse in quanto a fama ma significativa
da un punto di vista culturale, negli anni in cui scriveva, per avere
toccato fra le prime il tema tutto contemporaneo della scoperta del sé
attraverso la sessualità. O come Kanoko no ryØran (“La
follia creativa di Kanoko”), del 1965, sulla scrittrice e studiosa
del buddhismo Okamoto Kanoko (1889-1939), morta pazza. E ancora Onna no
isshØ (“Vite al femminile”), biografie di donne, e
SeitØ, sull’omonima rivista femminista dei primi del Novecento:
un’opera scritta nel 1987, a cui Setouchi tiene molto e che ancora
oggi cita come fondamentale. “È da esperienze come quelle
che iniziò la corsa all’acculturamento delle donne, la loro
apertura alla società. Ed è nostro dovere valorizzarle,
perché molto hanno inciso.”
Ma c’è anche qualcos’altro che l’autrice cita
di continuo mentre ci parla, qualcosa che l’ha segnata in profondità,
nutrendo il suo immaginario estetico e culturale: è il Genji monogatari,
il grande classico della letteratura giapponese e uno dei capisaldi della
letteratura mondiale (in italiano tradotto come Storia di Genji. Il principe
splendente, a cura di Adriana Motti dall’edizione inglese di Arthur
Waley, Einaudi, 1992). Romanzo dell’anno Mille scritto dalla dama
di corte Murasaki, in assoluto il primo palesarsi al mondo di una scrittrice
nella storia del Giappone; romanzo di introspezione, di erotismo sottile,
di lettura delle più infinitesimali pieghe dell’animo umano
che corrono parallele alle pieghe dei tanti strati di kimono delle dame,
descritti nei minimi particolari. Proprio come fa Setouchi nei suoi romanzi,
regalandoci pagine alte quando si perde a raccontarci ne La virtù
femminile, l’abbigliamento di Tami, le sue acconciature, il trucco,
le fantasie delle vesti. Il Genji monogatari riveste non solo un fondamentale
valore storico per Setouchi, che sente vicina a sé quella donna
ammaliatrice, antica strega e genio delle lettere che lasciò agli
uomini i giochi del potere politico e tenne stretto per sé il potere
ben più prolifico della sola immaginazione; ma viene considerato
anche un vero e proprio romanzo di formazione. “Tutti dovrebbero
leggerlo, giapponesi e occidentali; ne sono convinta al punto che negli
ultimi undici anni mi sono dedicata alla sua traduzione in lingua moderna,
in modo che anche i più giovani possano avvicinarclo con facilità.
E ho usato di proposito una lingua viva, quella di oggi, pur restando
fedele al testo.” È quasi un esercizio di stile per gli scrittori
giapponesi questo di restituire l’antico capolavoro al linguaggio
contemporaneo; prima di lei in molti ci si sono cimentati, da Tanizaki
Jun’ichirØ (1886-1965) a Enchi Fumiko (1905-1986).
Solo che per Setouchi non si tratta di un’operazione unicamente
letteraria, ma anche etica. Lei che la missione etica sente forte, “in
un paese, il mio, che dal dopoguerra ha sposato lo stile americano di
istruzione scolastica, priva di eticità. E il Giappone di oggi
è diventato a causa di questo un luogo brutto, antiestetico, che
ha perso di vista il proprio passato. L’educazione dovrebbe certo
essere in linea con i tempi, ma vorrei riportare nel Giappone di oggi
un po’ di quello antico, certa classicità profondamente educativa.
Ecco perché mi adopero a divulgare il passato del mio paese, e
traduco il Genji, scrivo sceneggiature per le due forme di teatro classico,
il nØ e il kabuki. Tanto più ora, gli Stati Uniti hanno
ben poco da insegnarci, e sento di dover opporre la classicità
della cultura alla corsa ai consumi, e il pacifismo alla disastrosa politica
di guerra americana. ”
Lo afferma con decisione e lo ripete ai molti ragazzi che vanno in visita
da lei nel tempietto non lontano da KyØto dove vive. Si chiama
Jaku-an, “il tempio della quiete”, ed è il suo eremo
privatissimo: lo ha preferito al monastero, in un ennesimo rimando alla
classicità. La stessa scelta fecero il sommo poeta BashØ
(1644-1694), e altri scrittori del passato dediti a una ricerca spirituale
e letteraria insieme: al perfezionamento di una propria visione del mondo
e alla tensione verso il distacco da esso. Il che non le impedisce di
girare il mondo, di intraprendere solitari sit-in e scioperi della fame
per contrastare i venti di guerra, di partecipare ai talk show in TV dagli
studi di TØkyØ.
“Al Jaku-an medito, prego e adotto uno stile di vita molto sobrio;
ma la porta è sempre aperta e vengono in tanti. Io cerco di aiutare
i più giovani a scoprire i propri talenti, a non considerare se
stessi e il proprio corpo una merce di scambio, ad aprirsi a una vita
ricca non solo di cose. E a riconoscere il valore positivo della povertà,
che aiuta a guardarsi dentro. C’è un proverbio giapponese
perfetto per esprimere il primato della cultura sui bisogni materiali:
hashiwa nihon, fude ga ippon.” Che significa: per mangiare ci vogliono
due bacchette, un solo pennello è invece sufficiente per scrivere.

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