Editoriale del numero 2 nuova serie

Questo secondo numero della rivista si apre con l'intervista a Ferzan Ozpetek, un regista cinematografico. Era da tempo che volevamo uscire dal perimetro della narrazione letteraria. Foto d'autore, infatti, è stata, fin dagli esordi, una rubrica grazie la quale abbracciavamo un orizzonte più ampio; del resto il concetto stesso di autore, come quello di artista, è assai esteso e non può essere confinato in un solo ambito. In questo stesso numero pubblichiamo, non per caso, una seconda intervista a un romanziere che è anche (o forse principalmente) un poeta: Giuseppe Conte. A differenza dei precedenti numeri, invece, ma soltanto a uno sguardo superficiale, si potrebbe pensare che manchi un tema conduttore di fondo, come - nel precedente - fu quello dell'armonia. Per una strana alchimia, tuttavia, partendo da una riflessione su alcune opere di Marcel Schwob e Cesare Pavese, passando attraverso un racconto testimonianza di Beno Fignon, il capitolo di un romanzo inedito di Mariano Bargellini, una favola di Bonaviri recensita da Roberta Salardi, i racconti di Luciano Jolly, per approdare infine al monologo teatrale di Maria Letizia Compatangelo, è venuto a formarsi un nucleo portante che gravita intorno al rapporto fra gli esseri umani e la natura (fra l'altro realizzando un ricco bestiario), mito e storia.
Per la rubrica Focus sull'attualità proponiamo invece una prima ricognizione, cui ne seguiranno altre, sulla narrativa degli autori italiani che appartengono alla generazione dei quarantenni, seppure con alcune flessibilità, perché è impossibile rinchiudere uno scrittore soltanto entro perimetri rigidamente anagrafici.
Questa rivista è stata talvolta criticata per il suo poco impegno nei confronti della contemporaneità. Pur ritenendo in parte non giustificata tale osservazione, ci siamo tuttavia posti il problema di rispondere a questa esigenza, cominciando dal titolo stesso della rubrica. Naturalmente un semestrale non potrà mai tenere il passo con ritmi editoriali e di consumo della merce libro che, per ammissione degli stessi responsabili delle maggiori case editrici, hanno una durata media di due mesi sugli scaffali delle librerie. Continuiamo a pensare che una letteratura degna di questo nome non possa limitarsi a durare un quarto d'ora, per parafrasare la celeberrima sentenza di Andy Warhol, ma proprio per questo e tenendo conto del panorama assai fitto di pubblicazioni, ci è sembrato utile iniziare un percorso di ricognizione, che è al tempo stesso di orientamento per il lettore. Sulla scorta di questa maggiore aderenza alla contemporaneità in questo numero della rivista sono pubblicati numerosi racconti e testi creativi. Non erano pochi neppure nel primo numero, rispetto ai nostri standard, ma questa volta sono di più. Prima di tutto alla tradizionale rubrica degli esordi, che ospita i vincitori del concorso letterario Marina Incerti di Milano, se ne aggiunge un'altra, curata da Fabio Pierangeli (che è anche l'autore del puntuale saggio sulla narrativa dei quarantenni), che ci propone due racconti provenienti da un laboratorio di scrittura creativa tenuto in ambito universitario.
La rubrica dedicata alla scrittura teatrale ospita, invece di un saggio critico, un monologo d'autore. Pur essendo convinti che un testo teatrale trovi la sua lievitazione naturale sul palcoscenico, abbiamo sempre dato un'importanza molto forte anche al suo valore strettamente letterario, fedeli come siamo a un teatro di parola.
Come sempre, Il Cavallo di Cavalcanti non si esaurisce nelle sue tematiche centrali, ma propone un ventaglio ampio di proposte. Oltre alla continuazione del discorso sulla narrativa del Québec, iniziato con lo scorso numero, per la rubrica Giro del mondo proponiamo un saggio di Chiara Manfrinato su una delle narrative più interessanti del continente africano: quella nigeriana. E in quella dedicata all'Europa una riflessione su un'autrice come Amélie Nothomb, già ospite di questa rivista; infine una puntuale recensione di Marco Vitale sui racconti di Alberto Toni.

La redazione