editoriale del numero 4
maggio 2005
Dovevo recarmi da mio padre ultranovantenne che abita in Umbria. Era agosto ed ero certa di avere scelto bene decidendo di partire in macchina, percorrendo l’A 1 in una giornata estranea agli esodi massicci. Invece, dopo Modena, per la precisione prima dello svincolo per San Lazzaro, mi sono ritrovata in colonna, quale tessera di un mosaico di scocche lucide i cui motori erano costretti a una pausa forzata. Pausa destinata a durare ben un’ora e quaranta, fatta salva qualche brevissima e pericolosa avanzata. Perché racconto questo? Perché sono rimasta impressionata dalla grande civiltà dei conducenti. Considerando pure che la resistenza, di coloro che presumo fossero diretti alle spiagge della riviera romagnola, era favorita dalla sopportabilità dell’afa a mezzo dei condizionatori e degli impianti stereo di cui ogni auto era dotata, più il tempo passava più mi caricavo di stupore. Giacché le facce che andavo osservando erano davvero omologate dall’impassibilità. Credi che nel fetido e interminabile imbottigliamento canicolare, sia sorto un moto d’impazienza? che so un palliduzzo tentativo di comunicare almeno con lo sguardo con il vicino di finestrino? Nulla, un controllo invidiabile, imperturbabilità e assoluta tolleranza che mi hanno fatto vergognare del mio ribollire rabbioso e teso a escogitare un modo per cavarmi fuori da quell’ammasso claustrofobico. Poi, indagando, ho appreso che la via crucis dell’ingorgo, da mesi e intanto che percorrevo quella distanza in treno, era divenuta routine. Dunque l’estivo vacanziero aveva avuto modo di allenarsi alla sopportazione del disagio! E mi sono detta: Va a vedere che l’allettante ditta del Benessere è riuscita a smorzare ben benino le contraddizioni? E non solo con i premi smaglianti dell’Eterna giovinezza e del Sorriso, ma anche con quello placido dell’Assuefazione?
con la gratitudine di Maria Caldei
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