editoriale del numero 4
maggio 2005


Cara redazione,
attorno alla parola che muta, spesso mi ritrovo impacciata dalla ricerca di senso, in particolare da quando, e sono parecchi mesi, ragione e cuore sono sottoposti alla dolorosità attonita delle immagini che avvertono sul quanto il mondo si stia trasformando in un mattatoio.
La carneficina delle torri gemelle, l’Iraq sotto le bombe intelligenti, Abu Ghraib con il sorriso ebete di Lyndie England, il martirio di centinaia di bambini in Ossezia, gli sgozzamenti in diretta degli ostaggi, i kamikaze di entrambi i sessi..., con l’immaginario che, divenendo iperrealtà, sempre più va dimostrando quanto la malvagità umana si stia globalizzando. Favorita dalla trasmissione, in simultanea sopra l’intero mondo, del suo agire, sì che l’eclissi del senso si spalma.
Certo la libertà ha i suoi mali, e mi pare che la Bibbia racconti che Satana rispose, al Signore che gli domandava ‘di dove vieni?’: ‘dal percorrere la terra dopo averla girata’. D’altronde ne so troppo poco per mettermi a ragionare sui furibondi impulsi di morte e semmai trovare la mia ricettina per tenerli a bada!
Quindi, stimata redazione, pensando al quarto numero, il mio desiderio è stato quello di portare dentro la nostra rivista l’interrogativo: ‘dove nasce il male?’. Per dare modo, a chi se la sentiva, di trovare le parole adatte a delimitare un proprio piccolo percorso di riflessione su questo nostro tempo atroce che ci prospetta un futuro costretto sul binario dell’aggressività imbecille.

Dovevo recarmi da mio padre ultranovantenne che abita in Umbria. Era agosto ed ero certa di avere scelto bene decidendo di partire in macchina, percorrendo l’A 1 in una giornata estranea agli esodi massicci. Invece, dopo Modena, per la precisione prima dello svincolo per San Lazzaro, mi sono ritrovata in colonna, quale tessera di un mosaico di scocche lucide i cui motori erano costretti a una pausa forzata. Pausa destinata a durare ben un’ora e quaranta, fatta salva qualche brevissima e pericolosa avanzata. Perché racconto questo? Perché sono rimasta impressionata dalla grande civiltà dei conducenti. Considerando pure che la resistenza, di coloro che presumo fossero diretti alle spiagge della riviera romagnola, era favorita dalla sopportabilità dell’afa a mezzo dei condizionatori e degli impianti stereo di cui ogni auto era dotata, più il tempo passava più mi caricavo di stupore. Giacché le facce che andavo osservando erano davvero omologate dall’impassibilità. Credi che nel fetido e interminabile imbottigliamento canicolare, sia sorto un moto d’impazienza? che so un palliduzzo tentativo di comunicare almeno con lo sguardo con il vicino di finestrino? Nulla, un controllo invidiabile, imperturbabilità e assoluta tolleranza che mi hanno fatto vergognare del mio ribollire rabbioso e teso a escogitare un modo per cavarmi fuori da quell’ammasso claustrofobico. Poi, indagando, ho appreso che la via crucis dell’ingorgo, da mesi e intanto che percorrevo quella distanza in treno, era divenuta routine. Dunque l’estivo vacanziero aveva avuto modo di allenarsi alla sopportazione del disagio! E mi sono detta: Va a vedere che l’allettante ditta del Benessere è riuscita a smorzare ben benino le contraddizioni? E non solo con i premi smaglianti dell’Eterna giovinezza e del Sorriso, ma anche con quello placido dell’Assuefazione?

con la gratitudine di Maria Caldei

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