Questo secondo numero de Il cavallo di Cavalcanti propone ai lettori la
figura dell'esule. Non che la redazione abbia cercato tale esito, ma è
accaduto. Quasi che i tempi in cui viviamo si fossero imposti naturalmente
negli scritti dei nostri interlocutori e così pure nei nostri,
di modo che l'esule è divenuto una sorta di convitato inatteso.
A cominciare da F'uad el-Tekerli, lo scrittore iracheno da lustri residente
a Tunisi ma esule anche in patria e forse nella stessa più grande
koinè araba, per via del suo tranquillo seppur tagliente anticonformismo.
Anche Eraldo Affinati, che con i suoi romanzi attraversa i drammi del
nostro tempo a partire da quello verso Auschwitz, racconta un viaggio
letterario senza requie. Così come le esperienze di Uwe Johnson,
di Enquist e di poeti e scrittori a San Pietroburgo evidenziano modi diversi
di coniugare il viaggio, in cui, tra continui spaesamenti dettati dall’incalzare
delle vicende, i personaggi inseguono una faticosa ricerca di identità.
Quanto Bufalino che, dopo avere inseguito per una vita il riconoscimento
della sua connotazione di scrittore sontuoso e barocco, esordisce a sessantanni
o Bianciardi, traduttore di lingue e di mondi, costantemente in bilico
fra Grosseto e la sua provincia con le sue tragedie e la grande Milano
del dopo boom, in cui nasce l'industria culturale.
Più maggiordomo che servo, il personaggio dei romanzi di Walser
si aggira da una casa all'altra nel mondo un po' sonnacchioso di quell'Europa
di mezzo, situata fra l’universo mediterraneo dei romanzi di Bufalino
e quello del nord, vuoi germanico, scandinavo o russo. Del resto anche
i diavoli di Ludlum, messi in scena da Ken Russel, risaltano quali diavoletti
spaesati rispetto al mondo attuale, popolato da deliri faustiani e da
bellicosi diavoli veri.
Infine Testori e Bach. Il primo ancora largamente esiliato nella cultura
italiana perché difficile da accettare nonostante le innumerevoli
proposizioni; il secondo ascritto nell’unica sua patria contrappuntata
dall’arte della fuga, a causa della sua estrema fedeltà alla
musica.
Una nota particolare va alla scrittura dal carcere, poiché in essa
abbiamo intravisto la metafora della condizione dell'artista. Forse solo
chi è isolato può sognare davvero, può ideare la
realizzazione di una vita migliore? Come testimonia il testo, al carcerato
studente interessano molto di più l'astronomia e la cultura classica
che non la giurisprudenza per cavarsi fuori dai propri guai giudiziari.
Ecco forse anche lo scrittore non può esimersi dall’avvertire
il peso della costrizione del suo tempo, per offrire sogni oltre che a
se stesso agli altri. Onde evitare la pura e semplice fotocopia del reale,
ancora una volta è Pegaso a farci da battistrada nella continuazione
della nostra avventura.
La redazione

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