editoriale del numero 2
dicembre 2003


Questo secondo numero de Il cavallo di Cavalcanti propone ai lettori la figura dell'esule. Non che la redazione abbia cercato tale esito, ma è accaduto. Quasi che i tempi in cui viviamo si fossero imposti naturalmente negli scritti dei nostri interlocutori e così pure nei nostri, di modo che l'esule è divenuto una sorta di convitato inatteso.
A cominciare da F'uad el-Tekerli, lo scrittore iracheno da lustri residente a Tunisi ma esule anche in patria e forse nella stessa più grande koinè araba, per via del suo tranquillo seppur tagliente anticonformismo. Anche Eraldo Affinati, che con i suoi romanzi attraversa i drammi del nostro tempo a partire da quello verso Auschwitz, racconta un viaggio letterario senza requie. Così come le esperienze di Uwe Johnson, di Enquist e di poeti e scrittori a San Pietroburgo evidenziano modi diversi di coniugare il viaggio, in cui, tra continui spaesamenti dettati dall’incalzare delle vicende, i personaggi inseguono una faticosa ricerca di identità.
Quanto Bufalino che, dopo avere inseguito per una vita il riconoscimento della sua connotazione di scrittore sontuoso e barocco, esordisce a sessantanni o Bianciardi, traduttore di lingue e di mondi, costantemente in bilico fra Grosseto e la sua provincia con le sue tragedie e la grande Milano del dopo boom, in cui nasce l'industria culturale.
Più maggiordomo che servo, il personaggio dei romanzi di Walser si aggira da una casa all'altra nel mondo un po' sonnacchioso di quell'Europa di mezzo, situata fra l’universo mediterraneo dei romanzi di Bufalino e quello del nord, vuoi germanico, scandinavo o russo. Del resto anche i diavoli di Ludlum, messi in scena da Ken Russel, risaltano quali diavoletti spaesati rispetto al mondo attuale, popolato da deliri faustiani e da bellicosi diavoli veri.
Infine Testori e Bach. Il primo ancora largamente esiliato nella cultura italiana perché difficile da accettare nonostante le innumerevoli proposizioni; il secondo ascritto nell’unica sua patria contrappuntata dall’arte della fuga, a causa della sua estrema fedeltà alla musica.
Una nota particolare va alla scrittura dal carcere, poiché in essa abbiamo intravisto la metafora della condizione dell'artista. Forse solo chi è isolato può sognare davvero, può ideare la realizzazione di una vita migliore? Come testimonia il testo, al carcerato studente interessano molto di più l'astronomia e la cultura classica che non la giurisprudenza per cavarsi fuori dai propri guai giudiziari. Ecco forse anche lo scrittore non può esimersi dall’avvertire il peso della costrizione del suo tempo, per offrire sogni oltre che a se stesso agli altri. Onde evitare la pura e semplice fotocopia del reale, ancora una volta è Pegaso a farci da battistrada nella continuazione della nostra avventura.

La redazione

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