Una nuova rivista culturale suscita sempre sentimenti contraddittori;
di curiosità ma anche di diffidenza, perché paiono già
troppe quelle che es istono.
Quando iniziammo a parlarne con alcuni di noi che oggi fanno parte della
redazione e poi con altri che si sono accompagnati strada facendo, ci
ponemmo subito questo problema, ma lo superammo riflettendo che, oggi
in Italia, gli autori e i lettori di narrativa, non hanno reali ambiti
di confronto e di riflessione critica che tentino, a partire dal proprio
campo specifico, di dialogare con le altre arti e di gettare uno sguardo
ai grandi e angosciosi problemi del mondo.
Il cavallo di Cavalcanti nasce con questi intenti.
Non mancano
le riviste che offrono un'informazione preziosa e puntuale sull'attualità,
così come ne esistono molte di profilo generazionale oppure di
genere, sia esso il giallo nelle sue declinazioni più vaste, oppure
la fiction, tanto per fare qualche esempio. Altre, sicuramente prestigiose,
si muovono intorno alle politiche editoriali di alcune grandi case editrici,
mentre quelle accademiche dibattono tematiche alte, rivolte a un pubblico
selezionato.
Il cavallo di Cavalcanti è un semestrale che si rivolge al vasto
pubblico interessato alla letteratura nella doppia veste di lettore e
scrittore, come ad autori appassionati a un dibattito davvero libero da
condizionamenti editoriali, nonché disponibili all'approfondimento
e curiosi di quanto avviene oggi altrettanto che delle riscoperte. La
scelta di una periodicità semestrale, poi, ribadisce il nostro
volere essere estranei all'ansia di consumare rapidamente ciò che
l'industria culturale sforna di continuo, privilegiando la lentezza e
la durata.
Il titolo nasce da un ricordo falsato che però ci permettiamo di
definire felice. Il riferimento è a una famosa novella di Boccaccio
ripresa da Italo Calvino in Lezioni americane. In essa si narra di Guido
Cavalcanti, sorpreso una sera da una brigata di giovani nobili fiorentini
mentre meditava solitario in un cimitero. Agli scherzi e ai lazzi di cattivo
gusto di costoro il nostro rispose con un gesto di superiore noncuranza:
spiccando un grande salto si portò al di là del muro di
cinta. Significando così a quei giovani che lui poteva trovarsi
talvolta circondato dalla morte; mai però esserne preda. Ora, nella
memoria ingannevole di uno di noi, quel salto si trasformò in un
balzo in groppa a un cavallo.
Una volta appurato che di errore si trattava ci sembrò, non senza
qualche discussione, che la metafora del Boccaccio fosse rispettata anche
nel malinteso. Infatti vi intravedemmo il volo di un animale nobile e
carico di valori simbolici. Il peso del mondo con il suo fardello di sofferenza
e di atrocità da un lato, contrapposto alla levità dell'immaginazione.
Ecco!, la nostra rivista vorrebbe stare a cavallo fra questi due poli,
come un sensore in grado di cogliere nelle scritture contemporanee e più
lontane, l'attrito dal quale scaturisce la scintilla dell'invenzione che
trasfigura e aiuta a vivere.
La redazione.

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