TRUFFAUT
O LA LETTERATURA CINEMATOGRAFICA. Di Maria Caldei
Ero
una ragazza quando cominciai ad amare l’arte di Francois Truffaut.
E, a vent’anni dalla scomparsa, ho desiderato rileggere i suoi film
e i suoi scritti. Con la voglia di mettermi un poco al riparo dalla distrazione
divorante che imperversa, e che tende a dissanguarmi le parole e a rattrappire
la mia capacità di vedere. E ne è scaturita gioia, riscontrando
che, dall’intelligenza sentimentale di questo regista, nascessero
ancora le emozioni vibranti di un tempo. L’azione corrosiva degli
anni non ce l’aveva fatta a privarmi del suo gentile rigore verso
il movimento della vita e del suo respirare a pieni polmoni l’amore.
Anzi! la lunga passeggiata, dentro il fitto bosco di stimoli visivi e
di parole vive, svaporava i fumi dell’ubriacatura conseguente lo
stereotipato rutilare d’immagini che oramai quotidianamente mi perseguitano
nelle strade e a domicilio. Quindi, onde evitare di separarmi dalla dolcezza
del tepore conquistato, mi sono messa a seguire le tracce del passaggio
di un uomo la cui luce era improvvisamente ricomparsa.
L'uomo François
Francois
Truffaut ufficialmente ha smesso di studiare a quattordici anni, ma precocemente
vede il mondo in funzione dei libri e del cinema, e, anziché chiudersi
nel nobile rifugio, lo utilizza quale serbatoio di soluzioni esistenziali.
E, spinto dallo spinoziano imperativo del capire, da lettore bulimico,
si trasforma in pugnace critico cinematografico e, rapidamente, in vulcanico,
limpido e inflessibile scrittore di cinema. Fino a che, per agire in totale
indipendenza, diviene produttore creando Le film de la Carrosse.
Siccome sono un autodidatta che non si piace ..andavo al cinema con
un senso di profonda esaltazione, mi attendevano due ore per contraddire
la vita.
In fondo sono molto elementare, sono poco colto: e non ne vado per nulla
fiero. La mia unica fortuna è di avere un po’ il senso del
cinema e di amarlo.
In corrispondenza con la poetica di Georges Bernanos, basata sull’elogio
dei ‘piccoli uomini’, uomini ‘donne di servizio’
dediti a un lavoro...che chiedono notizie agli altri, che li aiutano...,
che rispondono alle lettere, che hanno in comune una cosa: si dimenticano
facilmente di se stessi e si interessano più di quel che fanno
che di quel che sono e di quel che sembrano, Truffaut coltiva la
benevolenza. Cioè l’extraconflittualità che Roland
Barthes stigmatizza quale superamento della contraddizione...ma anche...
il corteggio di amici che mi accompagnano, che mi assistono, ai quali
mi abbandono. Vorrei designare con queste parole quel campo raro in cui
le idee si impregnano di affettività in cui gli amici, accompagnando
in corteo la nostra vita, ci permettono di pensare, di scrivere, di parlare.
Gli amici-penso per loro- pensano nella mia testa.
Non c’è dubbio che gli anni di vita dell’uomo che ha
eletto il cinema a personale ragione esistenziale, palpitino di atti d’amore,
di sensibilità priva di svenevolezze e di sdolcinature, di squisitezze
intuitive. Ce lo raccontano le numerose lettere, che assumono spessore
visivo anche nei film, scritte (Autoritratto Einaudi ‘89) per avvicinarsi
agli altri, scambiare affettività, e come esercizio etico per riordinare
la sintassi esistenziale nonché il dialogo, forma espressiva prediletta.
Infatti risponde anche agli sconosciuti, suggerisce soluzioni, s’impegna
per aiutare. Ne emerge che tratta la vita con familiarità confidente,
che poi è il senso della sua arte, disseminata a ritmo frenetico
e nell’arco di trent’anni. Infatti i suoi film, in cui traspone
l’immaginario come salvezza, sono la migliore testimonianza del
modo di osservare le persone e la contraddittorietà sentimentale
che le abita.
E’ un uomo travagliato che vince la propria battaglia contro la
disperazione un film di seguito all’altro. Filmando i sentimenti
e la bellezza, attento che le sceneggiature contengano i medium che reggono
l’esistenza: l’amicizia, i libri, l’amore e il denaro.
Con il pudore che trasforma il gesto prosaico in prosa poetica; con l’humour
affettuoso, distante dal sarcasmo. Perché, malgrado la forte ansietà
di raccontare storie, si diverte avendo fatto propria la grande lezione
dell’amato maestro Jean Renoir, perché se sul set non
ci si diverte, il film rischia di fallire.
Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio,
significa prolungare i giochi dell’infanzia, costruire un oggetto
che è allo stesso tempo un giocattolo inedito e un vaso dove si
disporranno, come si trattasse di un mazzo di fiori, le idee che si provano
in questo momento o in modo permanente. Si tratta insomma di portare il
proprio contributo all’arte del nostro tempo.
Ma siamo minacciati dalla nostra intolleranza, dalla nostra gelosia, trovo
detestabile la gelosia professionale..ognuno di noi non realizza che una
parte del suo sogno...secondo il suo punto di vista. Bisogna dubitare
del proprio talento non della propria ispirazione.
Riassumerà il talento con la formula: 5% d’ispirazione
e 95% di traspirazione.
La creazione di un film non è l’espletamento miracoloso
di un talento naturale, ma un’operazione di rigorosa matematica
degli effetti. Vestire delle idee. Ma senza tradire l’artificialità
a opera finita...Non è illudendosi di flimare la vita così
com’è che si raggiunge la naturalezza.
Tra
regia e letteratura
L’attività
creativa di Truffaut si distingue per il costante intreccio con la letteratura.
Per me il cinema è arte della prosa. Definitivamente. Amo la
prosa poetica di Cocteau, Audiberti, Genet, Queneau... Se non avessi fatto
il regista avrei fatto l’editore.
Infatti abbandona, con chiarezza d’idee insolita per un adolescente,
il progetto di un romanzo molto Settecento, libertino, prezioso e
canagliesco, del tipo Liaisons dangereuses, per buttarsi nel giornalismo
cinematografico. E sarà il romanzo La duchesse de Langeais, costruito
su un appuntamento mancato per dieci minuti, a far nascere il quasi infantile
mito-Balzac, che diverrà la gag dell’altarino incendiato
ne I 400 colpi. E provvederà a manifestare l’affezione alla
letteratura, oltre che tramite trasposizioni da romanzi, con numerose
citazioni. Come quella contenuta nel film La nuit américaine
(Effetto notte ’73), in cui, esplicitando il proprio senso del cinema,
inserisce la sequenza in cui rovescia sul tavolo volumi, ma con i nomi
delle sue passioni cinematografiche: Bunuel, Bresson, Dreyer, Lubitsch,
Howkr, Bergam, Rossellini, Renoir. O quella in Fahrenheit 451, in cui
i libri finiscono in un grande rogo, ma sono salvati dalla memoria trasmessa
oralmente. O quelle dei film L’homme qui aimait les femmes
(L’uomo che amava le donne ’77) e L’amour en fuite
(L’amore fugge ’79) nei quali addirittura consegna al romanzo
il simbolo della competizione con la vita.
Linfa vitale sono però le pagine dello scrittore prediletto, Jacques
Audiberti. I suoi libri si pongono sempre la stessa domanda, perché
le donne non ci desiderano come le desideriamo noi, a priori, sistematicamente,
fisicamente e astrattamente e sempre per quello che sono. La donna è
magica e suprema. E a lui che penso quando filmo un uomo, alla sua opera
quando filmo una donna.
Ma siccome Truffaut ha un modo di pensare visivo, fortemente sollecitato
dal voler conoscere la gente, organizza il suo vedere con la meticolosa
costruzione di fotogrammi conseguenti la vivisezione della realtà,
e con l’aggiunta di dettagli mai superflui. Pervenendo a uno stile
del tutto personale di rappresentare l’amore, di considerare e mostrare
le donne. Ma anche di osservare i bambini. I bambini recano con sé
un senso di poesia, e ai bambini ha dedicato ben quattro film. Les
Mistons (L’età difficile ‘57), Les quatre-cents
coups (I 400 colpi ’59), Le garcon sauvage (Il ragazzo
selvaggio ‘69), L’argent de poche ( Gli anni in tasca
’76). Nei quali, non essendo d’accordo con l’idea della
crudeltà insita nei bambini, ne risalta la bellezza grave contrapposta
alla futilità sciatta dell’adulto.
Inoltre una buona metà dei suoi film traggono ispirazione da opere
letterarie e che attraversano la molteplicità di generi. Con ciò
lasciandosi andare a quella che Italo Calvino nel ’66 definiva una
tentazione che scaturisce dal fatto che il cinema ha sempre sofferto di
gelosia nei confronti del testo scritto.
Quindi nulla di nuovo, se non che i film girati da Truffaut offrono un
eccellente repertorio di soluzioni rispetto al dibattuto rapporto tra
letteratura e cinema. Intanto perché ogni scelta è rigorosamente
meditata e pertanto mai banale, e poi perché, anziché usare
i libri quale pretesto per un film letterario, sceglie solamente quelli
che valuta cinematografici.
Sappiamo che ha rifiutato di trasporre in film e La sposa americana
di Mario Soldati, e Un amore di Swann di Marcel Proust, perché
sono libri che hanno uno sviluppo che si deve per il 30% all’azione
e per il 70% ai commenti del narratore. Libri come questi risultano automaticamente
sfigurati dal cinema, che divide tutto in parti dialogate. Il rifiuto
di trascrivere un certo tipo di romanzo per il cinema non deriva solo
dal rispetto verso il lettore che sa affezionato a certe immagini interiori
e potrebbe restare deluso dalla visibilità, ma anche dalla consapevolezza
della specificità esclusiva del linguaggio cinematografico.
Andrè Gaudreault (’88) definisce la trasposizione operata
da Truffaut: narrazione al cinema, una sorta di fuori campo scenografico,
ottica narratologica, infiltrazione del testo letterario.
Mentre De Baecque nel ’94 sostiene che Truffaut è passato
a qualcosa che definirei un lavoro d’impregnazione, nel senso che
conosceva il romanzo che adattava e le cose che circondavano questo romanzo
pressoché a memoria...quando si è talmente impregnati di
qualcosa...ciò che si filma non è più un’equivalenza,
è la cosa stessa, la carne della letteratura.
E’ quanto emerge da ogni trasposizione. In quella dal romanzo Down
There di David Goodis nel film Tirez sur le pianiste (Sparate
sul pianista ‘60); di Fahrenheit 451 del ’66, dall’omonimo
best-seller di Ray Bradbury; de La mariée était en noir
( La sposa in nero ) del ’67, dal romanzo di William Irish;
di Una belle fille comme moi ( Mica scema la ragazza)del ’72,
dal romanzo Such A Gorgeous Kid Like Me di Henry Farrell; di
Vivement Dimanche! (Finalmente domenica) dell’’82,
tratto dal romanzo omonimo di Charles Williams.
Mentre il film La chambre verte ( La camera verde )del ’78,
è l’esempio di adesione allo stile dello scrittore, il quale
gira i propri romanzi come fossero film, ottenuta tramite il
monologo mentale del protagonista Julien Davenne. Infatti il risultato
è una meditazione sulla morte ispirata da due racconti di Henry
James: L’altare dei morti e Gli amici degli amici,
appartenenti alla raccolta Racconti di fantasmi.
Ma l’esplicita letterarietà avviene nella trasposizione dei
libri di Henri-Pierre Roché. Nel ‘61 con Jules e Jim,
un romanzo d’amore in stile telegrafico, e nel ’71 con Les
Deux Anglais ( Le due inglesi), sempre un romanzo d’amore ma
febbrile e doloroso. Tanto che i due film sono stati definiti due libri
cinematografici, nonché un esempio per riflettere sulle questioni
inerenti la trasposizione.
Truffaut mai ricorre al procedimento dell’equivalenza, non condividendo
il presupposto che ci siano scene che possono essere girate e altre no
e che al posto di sopprimere queste ultime, si ricorra all’invenzione
di scene equivalenti. Ma s’interroga riguardo alla fedeltà.
Alla lettera o allo spirito del testo? Rispondendosi che il tradimento
comunque esiste, ma è tollerabile se il regista s’interessa
solo all’una o all’altro e se è riuscito a fare la
stessa cosa, la stessa cosa meglio, un’altra cosa migliore.
E che, sopra tutto, il cinema è regia, quindi riconversione
in termini di regia dell’idea letteraria...restando fedeli allo
spirito dell’opera che si intende adattare.
Di conseguenza trasponendo diventa ancor più scrupoloso, soppesa
le parole dei dialoghi e della scelta dei brani tratti dai libri letta
dalla voce fuori campo, ottenendo effetti di aderenza mai pedante. Del
resto l’uso del dialogo gli è così congeniale da smuovere,
in ogni film, la sottile inquietudine che suscita l’illusione di
stare guardando le cose di sempre, come se si vedessero per la prima volta.
...un dialogo può essere anche poetico ma deve conservare una
quantità indispensabile di utilitarietà.
Scrivere il cinema
Inevitabile,
pertanto, scivolare verso qualche considerazione riferita agli elementi
di corrispondenza tra il girare un film e lo scrivere un romanzo. Anni
addietro, li avevo desunti dalla vastità di considerazioni e riflessioni
del regista comunicate tramite interviste e saggi. E mi erano stati di
aiuto per il mio mestiere.
In prima istanza quello del dover prendere a priori delle decisioni: rispetto
alla sceneggiatura, al vocabolario, alle ellissi, agli attori-personaggi,
ai luoghi in cui farli agire. E in itinere quelli riguardanti l’intensità
delle luci per sottolineare o sfumare momenti decisivi della storia; lo
spessore e la durata delle immagini e delle descrizioni; le incollature
e le cancellature; l’uso dei dettagli e dei dialoghi al fine di
comunicare il massimo di informazione (o di ambiguità che poi
è assolutamente identico). Vigilando rigorosamente la stesura
affinché l’informazione non sia mai del tutto scoperta, onde
evitare tanto la prevedibilità che la banalità.
Piuttosto che ricorrere a un compiaciuto medium estetico, meglio elaborare
un congegno di informazione, considerando che lo spettatore come il lettore,
è quasi sempre mosso da curiosità ma anche sovente distratto.
Pertanto chi scrive o sceneggia non può esimersi dal mettersi nei
panni di coloro che si avventurano nell’incognita di certe immagini
e di certi dialoghi essenziali per la riuscita dell’insieme, rammentando
che il fine è di intrigare per non incorrere nel piattume documentario
o cronachistico. In somma nell’accingersi a creare una storia occorre
mettersi nell’ottica di imporre semmai solo la propria originalità
per scantonare gli agguati della banalità.
Ogni minima sequenza congegnata come un film in miniatura, con il
suo inizio, il suo sviluppo, la sua fine. Costruire un piccolo film nel
film, che deve divertire interessare, sorprendere in primis chi lo fa.
Bisogna sapere ciò che si vuole ottenere...si tratta di creare
emozioni...come? Tutto ciò che entra nel film e che non risponde
a questa domanda, diventa un elemento parassitario che bisogna rifiutare...lavoriamo
in un ambito che è insieme letterario, musicale, plastico, bisogna
senza sosta semplificare fino all’estremo. Pensare al pubblico perché...l’artista
è qualcuno al di fuori della società che si indirizza alla
società.

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