| INTERVISTA
A MARIANO BARGELLINI
a cura di Roberta Salardi
In una recensione
di Giuliano Gramigna al suo primo libro, Mus utopicus (Gallino editore,
Milano 1999), uscita sul Corriere della sera il 13-1-2000, furono fatti
i nomi di patroni eccellenti per l'originalità e la complessità
dello stile...
E'
vero, il libro, pur se edito da un nuovo piccolo editore (che si era dedicato
alla stampa politica alternativa negli anni '60 e '70), vinse il premio
Bagutta-Opera prima nel 2000. Piacque molto a Gramigna, che non si trattenne
dall'associare l'artificiosità linguistica e alcuni tratti surreali
e satirici delle storie narrate a Gadda, Landolfi e Dossi. In altre circostanze
fu citato anche Manganelli. Mentre un altro scrittore, Roberto Pazzi,
non escluse l'influenza del Leopardi prosatore, quello delle Operette
morali, di cui sono in effetti lettore assiduo.
La scelta
di uno stile barocco, verboso, ibrido e ricco di neologismi è in
controtendenza rispetto alle mode narrative di oggi...
Sì,
non avendo scrupoli di mimesi della realtà e amando una lingua
italiana così ricca e sonante, ho scelto un modello di lingua un
po' mandarina, molto letteraria e lontana dall'uso. Soprattutto in Mus
utopicus non mancano latinismi, dialettismi e ibridismi maccheronici.
Vuole rivelarci
qualche segreto di composizione?
Di
fronte al disagio della pagina bianca, butto giù molte parole a
caso, un po' alla futurista, che poi combino in un secondo momento. Faccio
anche diverse riletture e riscritture. Durante la revisione, mi capita
più sovente di aggiungere anziché togliere. Ho spesso l'impressione
di aver lasciato qualcosa di non detto.
Nel romanzo
Del simulacro perso nei sogni (Marietti 2004), tutto impostato sulla relazione
mai interrotta con una donna morta, agiscono probabilmente influenze letterarie
classiche, archetipi danteschi o proustiani o addirittura di autori latini.
A me è venuta in mente La vita nova di Dante, dove non si svolge
la storia di un amore concreto, ma la storia di un'anima, in cui sogni
e visioni assumono più importanza dei fatti reali e gli incontri
con le persone sfumano in impressioni.
Nonostante
gli archetipi letterari, anche qui siamo tuttavia di fronte a una prosa
sperimentale, come in tutti i miei libri. L'andamento della narrazione
è ondivago, non cronologico. Si tratta di un testo non pianificato,
del tutto aleatorio, mosso da una spinta esplorativa. Questo è
uno dei motivi per cui avrebbe potuto agire nel subconscio la lettura
della Recherche proustiana, in particolare il libro Albertine disparue.
Tuttavia Proust aspira a fare un tuffo nel passato, un'immersione completa
che gli permetta di recuperare il tempo perduto, mentre io programmaticamente
rifuggo dai ricordi e aspiro a intravedere il futuro, spiccando salti
immaginativi. Del simulacro nasce come opera testimoniale di eventi paranormali
e registra i segni pervenuti al narratore-testimone da un'altra dimensione.
In questo senso credo che sia unico nel panorama letterario italiano.
Inoltre, per tornare a Proust, il personaggio di Marcel riporta tutto
a se stesso, per cui Albertine è un insieme vuoto che prende consistenza
grazie a tutte le associazioni di cui lo riempie l'osservatore. Mentre
io cerco nella figura di donna protagonista del mio romanzo un nucleo
conoscibile, il nuomeno kantiano, l'in-sé di quel particolare essere
umano unico e irripetibile.
Quindi lei
ritiene che si possano conoscere gli altri, che non siano semplicemente
frutto delle nostre molteplici proiezioni...
Credo
che abbia ragione Schopenhauer e prima di lui Kant, per i quali l'in-sé
delle cose, il nuomeno, è qualcosa d'inconoscibile razionalmente
ma intuibile. Durante un'operazione artistica e durante la sua fruizione,
grazie all'intuizione intellettuale, si riesce a percepire qualcosa. Nessuna
conoscenza, secondo Schopenhauer, può essere razionale o scientifica.
Può essere semmai intuitiva (il termine intuitio intellectualis
è ripreso dalla filosofia cristiana medievale). Deve scomparire
la volontà e restare soltanto la rappresentazione.
Sull'onda
di un umore atrabiliare nel Simulacro non mancano osservazioni aspre su
alcuni costumi del nostro tempo, come quella in cui la smania di viaggiare
è interpretata come "nevrosi ossessiva compulsiva di elencazione,
di misurazione. La smania d'estendere la propria competenza, turistica
e classificatoria (in specie gastronomica), a tutto il pianeta. Una mania,
una furia di odissee futili. Paura dello spazio interiore; e fobia dell'infinito,
in verità." L'indeterminato e l'infinito non si può
certo dire che siano un ostacolo per lei, anzi leopardianamente stimolano
l'immaginazione. Persino la morte, potremmo dire, è simile a una
siepe al di là della quale spazia comunque lo sguardo...
Il
tema della morte è in gran parte censurato dalla società
della frivolezza. E' difficile parlarne. Molto spesso, fingendo di parlarne,
si discute invece delle sensazioni dei vivi che sono rimasti. O si chiacchiera
a vanvera della vita, ma in senso riduttivo, semplicistico, tentando di
colmare col suo baccano l'abisso e il silenzio della morte.
Ispirato
da un lutto, Del simulacro perso nei sogni è dunque un libro iscritto
sotto il segno della malinconia, cui sono dedicate bellissime pagine,
un libro scritto quasi a dispetto, si potrebbe pensare, della superficiale
"civiltà del sorriso" in cui siamo immersi. Lei dice
a un certo punto che la nostra società, elaborando un comportamento
d'importazione anglosassone, ci ordina implicitamente di sorridere "comunque
e ovunque", facendo del "cheese", della fotografia, della
bella cartolina, in fondo, il suo momento clou (non è un caso forse
che si siano visti di recente sorrisi anche in foto di torture).
In
tutto ciò che scrivo affiora spesso una vena polemica, uno scagliarsi
contro la goffaggine e le storture della società in cui viviamo
(qualcuno ha detto che il mio stile è veemente, secondo la classificazione
retorica dei vari tipi di stile del greco Demetrio). Nel Simulacro le
mie frecciate sono marginali al tema dell'opera, ma per esempio in un
altro mio libro, ancora inedito, Giocare a mangiarsi, tutti i caratteri
grotteschi della nostra società sono oggetto di scherno: dalla
pubblicità alla moda alla competizione... La vicenda deborda continuamente
dai siti della realtà a quelli virtuali di un videogioco chiamato
appunto Giocare a mangiarsi.
Ci sono altri
romanzi già terminati che non ha ancora pubblicato?
C'è
un lungo racconto, Ninetta delle lucciole, che è la biografia e
lo studio psicologico di un gatto. La realtà viene osservata attraverso
gli occhi di un animale.
In diversi
suoi testi gli animali rubano la scena agli umani. Come mai?
Quando
si vogliono trovare le ragioni di qualcosa che in fondo è istintivo
non è detto che si dica la verità. Posso fare delle ipotesi.
C'è un'ipotesi, per così dire, autobiografica: durante la
guerra, da bambino, ero sfollato in Valsassina e si viveva in un grande
giardino con villa e cascina in mezzo agli animali. Persino il cielo di
allora non era come il cielo di adesso, c'erano i falchi, le poiane...
La presenza degli animali era più forte della presenza degli uomini,
anche perché non andavo a scuola. Noi vediamo rappresentata negli
animali, senza alcuna maschera, un'autenticità che è anche
nostra, l'autenticità dell'istinto, quell'impulso cieco e forte
ad affermarsi nell'esistenza, quel nucleo compulsivo a esistere che però
è anche affettività sincera, violenta. Secondo l'uomo primitivo
e antico gli animali, per questa loro forza viva e incandescente, erano
rappresentanti degli dei, dei demoni... Così è probabilmente
anche secondo il nostro inconscio, che è rimasto primitivo e antico.
Come sensibilità religiosa, credo di essere rimasto animista e
pagano. Una volta tutte le cose avevano un'anima. Poi le religioni monoteiste
(ma prima ancora il razionalismo greco) hanno portato a termine un'opera
di dissacrazione della natura.
Durante la
presentazione del romanzo lei ha accennato all'indifferenza dell'industria
editoriale nei confronti delle opere più nuove, serie e sperimentali,
che non esercitano il richiamo pubblicitario dell'istant book o del libro
di genere popolare. I giornalisti e i recensori guardano le copertine
come se fossero scatole di una merce qualsiasi, da lanciare o meno a seconda
della marca rappresentata...
Non
ispirano fiducia, il più delle volte, i recensori dei grandi quotidiani.
Perlopiù si limitano a stendere brevi riassunti dei libri esaminati.
Oppure prediligono tematiche insulse, banali. L'industria editoriale in
genere gioca al ribasso: punta su un target vasto, sulla massa, che cerca
la banalità. 'La banalità è un tranquillante' disse
una volta Verdiglione. La gente ha bisogno di tranquillanti. Uno stile
convenzionale, omologato, vicino al parlato, favorisce l'identificazione.
Per fortuna ho potuto incontrare lettori più attenti, come Roberto
Pazzi, che è stato promotore entusiasta del Simulacro, e Stefano
Agosti, che per esempio ha avuto subito un'intuizione critica sul mio
romanzo, parlando di ossimoro operativo (al massimo della vicinanza, cioè
all'apostrofe e al tu dato al personaggio assente, fa da contrappeso la
lontananza determinata dallo spessore letterario della pagina).
Oggi si parla
molto di difficoltà degli esordi. Date le premesse culturali, è
stato difficile pubblicare il suo primo libro, che era particolarmente
sperimentale e letterario?
Per
lungo tempo non ho trovato la mia strada. A vent'anni già scrivevo,
ma ho conosciuto tardi i miei maestri, che erano stati oscurati dal neorealismo:
Palazzeschi, Landolfi, Bacchelli, Bontempelli, Gadda. Mi piacciono i romanzi
che hanno una struttura aperta e che non si limitano a essere macchine
romanzesche. Nelle Anime morte di Gogol, nel Castello di Kafka o nella
Piramide di Palazzeschi non c'è nessuna macchina romanzesca. Tutto
viene portato su un piano psichico e le immagini sono più importanti
delle sequenze narrative. A suo tempo fui affascinato dal romanzo dello
sguardo. Più che la trama, m'interessa l'idea, l'intuizione intellettuale
da cui nasce un'opera letteraria. Un romanzo è una costellazione
d'idee. Qualcosa in proposito c'insegna Pirandello. Tornando alla domanda,
per me è stata una fortuna aver conosciuto nel '96 Ignazio Maria
Gallino.
Nota biografica
Mariano Bargellini è nato nel 1936 a Torino. Il suo esordio narrativo
avvenne nel 1999 con la raccolta di racconti Mus utopicus, che gli valse
il Premio Bagutta-Opera prima nel 2000 (a parimerito con Giovanni Chiara).
Nel 2004 è uscito da Marietti il romanzo Del simulacro perso nei
sogni, vincitore del Premio Penne.

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