LA
PRIMA LUCE DI ANDREJ. Di Emilio Pappini
Dai terrori senza fine dell’epoca staliniana fino all’occhiuta
palude censoria di Breznev, Vladimir Bogomolov riuscì a trascorrere
con rispettata tranquillità un’intera vita nei ranghi di
ufficiale dell’Armata Rossa. Non privo d’un certo talento
per lo scrivere, pubblicherà romanzi e racconti d’argomento
bellico, con sfondi elettivi in luoghi ed episodi dell’ultimo conflitto
mondiale, vissuti in prima persona lungo i mutevoli fronti di guerra,
tra spinte devastanti dell’attacco nazista e conseguenti controffensive
sovietiche. L’esordio è del 1958 con Ivan, (L’infanzia
di Ivan, traduzione di Roberta Bovaia, ed. il Saggiatore, 1997) un racconto
che rievoca la breve vita di un dodicenne, esploratore temerario delle
postazioni nemiche, conosciuto dallo scrittore durante un incarico di
comando in un avamposto sul fiume Dnepr.
L’occhio narrativo di Bogomolov sembra quasi prosciugare gli eventi
raccontati in un resoconto da dispaccio dal fronte: ogni possibilità
di caduta nel sentimentale viene inibita all’origine da un’incisiva
scrittura descrittiva e, secondo i canoni della vera tragedia, dalle unità
di tempo e di luogo. I presupposti tragici, le fatali ragioni d’ogni
atto del piccolo protagonista sembrano affiorare poco alla volta, e sempre
in virtù d’analisi oggettiva, di dettagli in apparenza insignificanti.
L’infanzia di Ivan è stata infatti spezzata dall’invasione
tedesca dell’Unione Sovietica. Completamente distrutta dal nemico
la sua famiglia, viene arruolato dal reparto di spionaggio dell’esercito
allo scopo d’effettuare ricognizioni negli avamposti tedeschi. La
sua fragilissima figura gli permette di eseguire operazioni esplorative
impossibili ad un adulto e di farsi passare, in caso di cattura, per uno
dei tanti bambini orfani che vagano impauriti per le campagne. Ma il racconto
ha un finale tragico: nella sede della Gestapo di Berlino, il ritrovamento
casuale di un dossier ci rivela che Ivan, fatto prigioniero, é
stato condannato a morte e impiccato.
Nel 1960, la casa di produzione statale Mosfilm aveva commissionato a
Bogomolov la sceneggiatura del suo racconto e affidata la riduzione cinematografica
a una troupe di garantita fede ideologica. I russi sono sempre stati maestri
nel filone dei film incentrati su personaggi infantili e, dopo l’ultimo
conflitto, la propagandistica e straziante iconografia del bambino-eroe
aveva imperversato sugli schermi sovietici (ma, contrarariamente a Ivan,
sempre a lieto fine). Gli addetti alla produzione di Ivan non furono comunque
soddisfatti delle prime scene girate e decisero di affidare ad Andrej
Tarkovskij la revisione della sceneggiatura e la regia del film.
Nonostante fosse un lavoro d’occasione, Tarkovskij prese al volo
l’opportunità di poter esordire: dopo i corsi di regia con
il cineasta Michail Romm, aveva realizzato solamente un saggio di diploma,
il breve ma già perfetto Il Rullo Compressore e il Violino (Katok
i Skripka, 1960), si era infatti appena diplomato al VGIK, l’Istituto
Statale di Cinematografia di Mosca.
Modificò il titolo ne L’infanzia di Ivan (Ivanovo Detstvo)
e rilesse molte volte il racconto prima di rielaborarne la sceneggiatura,
ma non riuscì ad apprezzarne lo stile secco e minuzioso, deliberatamente
impassibile. In Scolpire il Tempo, la sua prodigiosa raccolta di testi
teorici sul cinema, ci rivela la giovanile certezza, orgogliosa e già
così squisitamente sprezzante, che la realizzazione del suo film
avrebbe migliorato di molto le pagine di Bogomolov. Rimase invece colpito
dalla capacità dello scrittore di seguire il destino del protagonista
fino alla morte, senza peraltro fornire appigli consolatori. Dalle prime
righe è possibile intuire la negazione d’ogni possibilità
di seguito. Anticipando inoltre tutto il suo cinema, Tarkovskij rimase
affascinato dalle possibilità di filmare un tempo sospeso, dove
non sembra apparentemente succedere nulla. Un momento di pausa tra le
due pericolose ricognizioni di Ivan al di là delle linee nemiche,
una tregua breve, ma tesa allo spasimo come una molla compressa.
In una delle prime sequenze, Ivan si trascina con grande circospezione
lungo la sponda russa del Dnepr, tenta di risalirne la corrente attraverso
una foresta di tronchi neri sprofondati nell’acqua melmosa. Come
un mostruoso animale della palude che emerge dal fondo, la sua figura
ci inquieta: pochi stracci inzuppati, il volto ricoperto di fango, due
occhi che brillano di un odio inestinguibile. Dal suo primo apparire,
Tarkovskij fa in modo che il protagonista sia immune da quell’aura
pura e innocente che sembra circonfondere ogni immagine infantile. Se
il bambino ci viene presentato come l’essere sociale per eccellenza,
Ivan sembra invece aver scelto un caparbio autoisolamento. Segnato dalla
recisione dei primi legami comunicativi con la famiglia, rifugge ogni
forma di comunità. Rifiuta di frequentare la scuola nelle retrovie,
e gli pesa anche la disciplina dell’esercito. Preferisce essere
unico protagonista nelle più pericolose missioni esplorative piuttosto
che partecipare ad azioni che lo vedono coinvolto con la truppa. Una sofferta
asocialità che rimanda ad altri bambini del cinema di Tarkovskij,
tutti impediti nella parola: l’adolescente affetto da balbuzie all’inizio
di Lo Specchio (Zerkalo, 1974); la figlia dello stalker, muta ma dotata
di poteri paranormali in Stalker (id., 1979); il piccolo Ometto di Sacrificatio
(Offret, 1986), operato da poco alla gola; il Boriska di Andrej Rublev
(id., 1966), reso silenzioso dai misteriosi segreti della fusione della
campana, e interpretato dal giovane attore Nikolaj “Kolja”
Burljaev, lo stesso splendido protagonista, alcuni anni prima, de L’Infanzia
di Ivan.
Per Tarkovskij, quindi, il bambino è prima della parola, s’inscrive
in un universo di senso dove il pensiero viene negato. Sente la realtà
ma non la pensa: è l’essere della non-comunicazione, la solitudine
è il suo mondo.
Quando, all’inizio del film, Ivan riesce a raggiungere l’avamposto
sovietico, si concede un bagno caldo. Ci colpiscono subito le numerose
cicatrici e bruciature sulla sua pelle. Anche sul corpo, è marchiato
dai segni indelebili del male assoluto. Un corpo violato: Tarkovskij non
vuole risparmiarci la visione delle piaghe come in un apologo cristologico,
le stimmate del bambino martire e santo, anticipatrici della sequenza
dell’ascesa al Golgota coperto di neve nell’Andrej Rublev
(id., 1966). Una mente violata: tutti i familiari di Ivan uccisi o dispersi,
la casa distrutta alle fondamenta, e un odio ringhioso verso l’invasore
nazista, senza perdono possibile. Ai suoi titubanti superiori, richiede
soltanto missioni ad altissimo rischio e non mostra alcuna paura di morire
proprio perché non gli interessa più vivere. Se l’essere
al mondo d’un bambino è marchiato dalle infinite potenzialità
della sua energia vitale, la materialità devastante del male degli
adulti finisce per arrestarne le naturali facoltà d’espansione,
negando all’origine ogni possibile destino. Fratello della bambina
dal cappottino rosso di Schindler’s list, Ivan è il bersaglio
più che consapevole di un gioco di morte che riesce a sostenere
soltanto assumendo in sé, e su di sé, tutto il dolore del
mondo.
Quando, nella sequenza finale, viene ritrovato il dossier su Ivan nell’archivio
berlinese della Gestapo, non soltanto ci colpisce la protocollare notizia
della sua impiccagione ma anche la foto segnaletica. Un volto sporco e
tumefatto, gli occhi sprezzanti, e niente più di questo sguardo
pieno di rancore è in grado di fissare e giudicare la coscienza
degli adulti.
Eppure, dalle fitte tenebre di questo sacrificio, Tarkovskij lascia intravedere
una possibilità di luce. Decide di aggiungere quattro distinte
sequenze oniriche fra gli scarni avvenimenti della sceneggiatura di Bogomolov.
Nei rari momenti in cui riesce ad addormentarsi, Ivan sogna, e sogna se
stesso. La sua figura brilla nel sole del pieno giorno, fra gli alberi,
e sembra non capacitarsi della bellezza che lo circonda. Vede la madre
che trasporta un secchio d’acqua e subito corre verso di lei, felice.
Beve con avidità protetto dal suo sguardo sorridente, ma un crepitare
improvviso di mitragliatrice trasfigura il volto della donna in una smorfia
di terrore. Il bambino si risveglia di scatto, dai giardini dell’Eden
viene nuovamente scagliato nella desolante realtà della guerra.
In fase di preparazione del film, Tarkovskij dovette lottare a lungo con
gli ispettori di produzione che non riuscivano a capire l’inserimento
di queste sospensioni oniriche, colpevoli d’inutile formalismo nello
sviluppo logico del racconto. L’inflessibilità e la tenacia
nel difendere il proprio lavoro segneranno nel dolore il suo destino di
regista e dimostrano, dal primo film, la chiarezza estrema del suo procedere
creativo. Il metodo di sostituzione dei collegamenti narrativi con collegamenti
poetici nasce infatti dall’esigenza di generare nello spettatore
libere associazioni, ricondurre la visione cinematografica al suo originario
potere evocativo. Il tormentato e fecondo rapporto con il padre Arsenij,
uno dei più grandi poeti lirici del Novecento, poco conosciuto
in Italia, sarà la necessaria spinta nell’attraversamento
dei margini angusti dello schermo. Il suo cinema ritorna a insegnarci
la concretezza della zolla di terra, la volubilità rassicurante
del fluire dell’acqua, la devastante passione della lingua di fuoco…
In mano a un regista malaccorto, raccontare alcuni brani della breve quanto
tragica vita di Ivan poteva condannare il film a un facile patetismo.
Andrej Tarkovskij lascia invece che ogni inquadratura possa accrescersi
nel lievito trascendente dell’associazione poetica, in un trascorrere
incessante di correlativi oggettivi che si fanno corpo d’immagine
e di suono.
Nell’ultima sequenza, un sogno di Ivan ci racconta l’impossibile
recupero della sua infanzia: su una spiaggia accecata dal sole, il piccolo
gioca con i suoi coetanei a rimpiattino. Una bambina si nasconde dietro
un cespuglio, poi scappa ridendo. Ivan la raggiunge, la supera. Nella
luce abbacinante, una lunga carrellata laterale lo insegue mentre corre
a pelo d’acqua, un corpo minuscolo che sembra volare verso il sole.
Un nodoso tronco d’albero interrompe all’improvviso la sua
corsa. La sua scura corteccia occupa tutto lo spazio dell’inquadratura
fino al conclusivo stacco sul nero.
____________________________________________________________________
Andrej Tarkovskij (Ivanovo, 1932 – Parigi, 1986), regista cinematografico
russo, autore di L’Infanzia di Ivan (1962), Andrej Rublev (1966),
Solaris (1972), Lo Specchio (1974), Stalker (1979), Nostalghia (1983)
e Sacrificatio (1986).
Vladimir
Bogomolov (Mosca, 1926), scrittore russo, autore del racconto Ivan, unica
sua opera tradotta in lingua italiana (L’Infanzia di Ivan, traduzione
di Roberta Bovaia, ed. il Saggiatore, collana le Silerchie, 1997).

|