home Il cavallo di cavalcanti

INTERVISTA A AMÉLIE NOTHOMB

A cura di OTTAVIO ROSSANI

Lei ritiene di essere un fenomeno letterario o editoriale?
Passo il mio tempo a scrivere. Fino a questo momento ho finito 52 romanzi ma ne ho pubblicati solo tredici. Può darsi che io sia un fenomeno editoriale. Se sono anche un fenomeno letterario - cioè scrittrice di grande qualità di scrittura - non sta a me dirlo. Forse potrei definirmi un fenomeno di scrittura, in quanto scrivere è la condizione della mia esistenza. Io scrivo quattro ore ogni giorno, dalle quattro alle otto del mattino, dall'età di 17 anni. E non salto nemmeno una volta l'appuntamento quotidiano con la scrittura, perché scrivere mi ha salvato e mi salva la vita.

Da dove nasce la sua creatività?
Ottima domanda. Dovrei rispondere che non lo so. Riflettendo, posso escludere che la materia letteraria dei miei romanzi sia tutta dentro di me, ma devo ammettere che quasi certamente le storie che racconto affondano, almeno in parte, nel mio passato, nella mia vita, nel mio tormento. Dopo tutte le pagine che ho finora scritto, la linfa dovrebbe essere già esaurita. E invece continuo a scrivere, a scrivere, a scrivere.

Che cos'è per lei la scrittura letteraria?
Credo che sia un lavoro sulla perfezione che vogliamo realizzare. Un lavoro che permette inoltre di parlare della realtà, naturalmente tutto questo attraverso la ricerca sulla lingua.

La scrittura nasce quasi sempre dall'immaginazione più che dalla realtà. O no?
Una cosa non esclude l'altra. Parlo per me, naturalmente. Io lavoro sulla realtà: questo non vuol dire che tutto ciò che scrivo è accaduto o accade nella realtà. Tuttavia i miei soggetti sono reali. L'immaginazione concorre a renderli ancora più verosimili. Per esempio, se scelgo di parlare di un argomento, non vado a documentarmi. Non credo alla documentazione. Il mio lavoro è scavare nella lingua
per trovare le parole che servono a dimostrare la verosimiglianza di ciò che sto raccontando. La mia è una scrittura fatta di parole o, piuttosto, della forza dimostrativa della parola. Io credo nella scrittura dell'interiorità. Quindi racconto cose su quell'argomento che riesco ad estrarre da dentro di me e che non avrei nemmeno sospettato potesse esistere. È come se gettassi un catino in un pozzo e quando lo tiro su mi accorgo che ha pescato cose che non avrei potuto supporre con la più sfrenata immaginazione. Tutto questo travaglio generante in fondo è legato all'immaginazione, è immaginazione, cioè invenzione.

Evidentemente la sua documentazione è la cultura acquisita durante tutta la sua vita e sedimentata nella sua interiorità. È così?
Naturalmente. Durante la mia vita ho letto moltissimo. I grandi libri di quasi tutte le letterature, nei lunghi giorni in cui nemmeno mangiavo, li ho letteralmente divorati. Ed è da lì che è partito il mio intento di raggiungere la perfezione, di cui ho parlato prima. Non so se ne sono capace, ma questo è il mio tragitto.

È vero che lei ha capito di essere infelice all'età di due anni e mezzo?
Non è esatto. Io ho dichiarato più volte che all'età di due anni e mezzo ho realizzato in parte il senso della vita. E la vita non è solo infelicità. A quell'età ho imparato una cosa veramente crudele: che cioè nella vita avrei perduto sempre tutto ciò che amavo. Mio padre era un diplomatico, quindi soggetto ai trasferimenti. Si restava in un posto un periodo che poteva variare da tre a cinque anni. Allora eravamo in Giappone e i miei genitori mi dissero che presto avremmo lasciato quel paese. Da quel momento ho acquisito la nozione della perdita, del lutto. Cosa fondamentale che è alla base della mia scrittura, che è in un certo senso il modo di conservare ciò che io perdo. So bene che la vita non è solo perdita. Ma il senso della perdita ha segnato la mia vita.

Non è che il vero romanzo che lei sta scrivendo è la sua vita?
Lei ha presente Virginia Woolf? Niente è arrivato da lontano che non sia stato già scritto. Cosa che si apparenta con il contrario: nulla si scrive che non sia già accaduto. Ebbene, io scrivo molto della e sulla mia vita. Ho l'impressione mentre scrivo che ciò di cui sto parlando abbia già avuto luogo nella mia vita. Dunque, possiamo dire che la mia vita diviene romanzo.

Lei è felice?
Tantissimo. Ma in me c'è tutto: felicità, infelicità, amore, odio, piacere, sofferenza, noia. Tutti i sentimenti che sono dell'esperienza umana in me trovano posto.

Lei ha detto: "Io sono malata". Ecco, malata di che?
Malata di scrittura. Ma è una malattia che adoro, è una malattia che porta una salute formidabile. Non si può dire che io abbia una salute meno buona degli altri. Anzi, posso dire che c'è in me una grande gioia di vivere. Certo, c'è anche il "mal de vivre". È stata l'origine di molti capolavori letterari. Ma non c'è solo quello. La vita è fatta di gioie, dolori, amori, passioni, ire, rassegnazioni, desideri, lotte. Io sono al centro di tutte queste pulsioni. Il mio lavoro letterario nasce da tutto questo sconvolgimento continuo. Io credo che la missione di uno scrittore è di rappresentare tutte queste reali tempeste in cui si sviluppa la vita. Il momento della scrittura per me, dentro tormenti e sentimenti contrastanti, è un momento di dolore, ma nello stesso tempo un momento di grande gioia. Per questo motivo è bello essere scrittrice.

Perché i personaggi dei suoi romanzi vivono sempre situazioni estreme?
È vero: i miei personaggi sono personaggi dell'estremo. Proprio per questo credo che essi sono più coraggiosi di quanto lo siamo noi nella vita reale. Dentro di noi abbiamo l'estremo, ma generalmente non abbiamo il coraggio di portarlo allo scoperto e comportarci di conseguenza. I miei personaggi vanno fino in fondo. Penso che essi assumono alcune delle mie potenzialità che non ho il coraggio nella vita reale di portare a conclusione. Per esempio, nella realtà non ho mai ucciso nessuno, però come tutti anch'io ho sentito talvolta il desiderio di uccidere qualcuno. Bene, i miei personaggi nei romanzi prendono il mio posto e agiscono con coerenza fino alla fine.

Lei ha prima dichiarato che la scrittura le ha salvato la vita. Può spiegarci in che modo?
Fino all'età di 17 anni sono vissuta troppo male. Dentro di me il dolore era grande, troppo grande. Ero proiettata verso l'autodistruzione. Avevo un'energia straordinaria che però indirizzavo contro di me. A quell'epoca ho letto Nietzche, che mi ha fatto capire che di quell'energia potevo farne un uso diverso e migliore: potevo
creare qualcosa fuori di me. Con la scrittura. Questo mi ha salvata.

Perché allora lei racconta sempre storie negative? Perché non ha mai provato a scrivere una storia positiva?
Non sono d'accordo. I miei romanzi non sono affatto negativi. Il più delle volte le mie storie passano attraverso l'assassinio di uno o più personaggi. È soltanto la nostra morale che ci fa vedere l'assassinio di qualcuno come un fenomeno negativo. Certe persone meritano di essere uccise. Pertanto ritengo che la maggior parte dei miei libri terminano benissimo. Comunque meglio di come finisce in genere la vita. Tutte le vite finiscono con una morte. I miei libri terminano spesso con la morte del personaggio principale, ma quasi sempre si tratta di una morte eccezionale, una morte che finalmente dà un senso alla vita di quella persona. Cosa che ritengo molto positiva.

Lei ha detto: "Sono l'erede del surrealismo belga". È vero? E che cosa vuol dire?
Spesso capita che i giovani mi chiedano a quale corrente letteraria io mi ricollego. L'unica risposta che mi sento di dare a tale domanda è che non mi sento collegata ad alcuna corrente letteraria. Così i giovani restano delusi e pensano che io non sono una persona seria. Poiché insistono mi sono sentita costretta a trovarmi un riferimento storico: e il meno dannoso mi è sembrano il surrealismo di Bruxelles. Sappiamo quali innovazioni ha apportato nella letteratura e nella pittura negli anni Trenta. Dunque, voglio dire che la bizzarria, l'originalità della mia scrittura può in quale modo essere inquadrata, in un'ipotetica linea ereditaria, in quella corrente
letteraria. Ma è solo una risposta alla richiesta di formalizzare un'esperienza letteraria, la mia, che invece ritengo unica e personale e lontano da qualsiasi "ismo".

Dai suoi libri risulta che la sua infanzia è stata infelice. Come ha influito sulla sua scrittura?
Al contrario, credo che la mia vita sia stata buona. Tuttavia c'è stato un problema che mi ha creato forme di estraniazione, di depressione, di scoramento. In genere ogni tre anni sono stata costretta a cambiare posto. Ogni tre anni io e la mia famiglia lasciavamo il paese in cui vivevamo e dovevamo ricominciare tutto in un altro Paese. Questa è un'esperienza pesante per un adulto, figuriamoci per una ragazza. Nella mia vita ho avuto sempre un'impressione di morte. Oggi, guardando indietro, dico che non cambierei la mia infanzia con nessun'altra. Questo non esclude che ho vissuto situazioni molto difficili. Ma sono convinta che la durezza della vita è sempre fondamento della scrittura. Non c'è scrittura vera, necessaria, se alla base non c'è sofferenza.

Lei ha vissuto queste difficili esperienze, sin dall'infanzia, insieme con sua sorella Juliette, con la quale ha condiviso anche l'anoressia...
Con mia sorella ho avuto sempre un rapporto forte e tenero. Ho condiviso tutto con lei, anche la malattia, ma ognuno poi ha vissuto e vive la propria storia.

Qual è il rapporto esatto tra la sua vita e la sua scrittura?
La scrittura e la vita, almeno fino a un certo punto, coincidono. Scrivo infatti tutti i giorni, cioè tutte le mattine dalle quattro alle otto. C'è gente che privilegia la notte, c'è chi privilegia il pomeriggio. Io scrivo di mattina, quando è ancora notte. Questo tempo è solo una parte della mia vita, ma è il tempo che più qualifica la mia esistenza. Quindi si può dire che scrittura e vita per me sono sinonimi. Io abito attualmente in un paese tra Parigi e Bruxelles: tra queste due città c'è un'ora e venti di treno. Mi è facile quindi organizzarmi e decidere dove sarò stasera, domani sera, o un'altra sera. Questa sera, per esempio, resterò a Parigi. Ma ogni giorno è
un'altra storia.

Lei è ottimista o pessimista?
Sarei tentata di rispondere che sono più disperata che ottimista. Sono pessimista perché penso che il mondo va sempre più verso il peggio. Tuttavia ho un temperamento gioioso, allegro. Quindi, in sintesi, nel mio caso credo si possa parlare di una pessimista gioiosa.

Vuol parlare ora della sua situazione di ex-anoressica?
Bene, sono portatrice di una buona notizia all'umanità; cioè, dall'anoressia si può uscire, si può guarire al cento per cento. Io ne sono protagonista e testimone. È l'unico vero messaggio ottimista che io sento di lanciare: ed è già qualcosa. L'anoressia è oggi una delle più gravi malattie, è anche un'epidemia. Essa porta alla
morte, o alla non-vita, che è la stessa cosa. Io ne sono guarita completamente. Quindi, anche gli altri possono farcela. Il mio grande dispiacere oggi è che mia sorella ancora non ne è uscita. Eppure ce la può fare. È difficile, ma può riuscirci. Ma la sua esperienza è diversa dalla mia. Io ho dedicato tutta la mia vita alla letteratura
e la letteratura mi ha salvata.

Lei ha detto che scrive della realtà. Nei suoi romanzi il "nemico" è sempre presente: è l'alter ego negativo del protagonista. Secondo lei anche nella vita reale il nemico è necessario?
Il meglio che io possa dire è che il nemico è sempre stato dentro di me. Per quanto cerchiamo di eliminarlo il nemico è sempre là, dentro e fuori di noi. Meglio pensare quindi che il nemico sia necessario alla vita. Io scrivo per costruire le regole del combattimento più efficace. Poiché non è possibile evitare il combattimento con il nemico esterno o interno a noi, meglio avere delle regole adeguate. Quindi i miei libri possono essere letti come trattati di buone regole per il combattimento.

Ha fatto la discesa del monte Fuji in meno di tre ore, conquistando il record mondiale. Perché?
Per nessun'altra ragione se non il mio gusto della sfida. Amo molto la montagna, ci sto bene. Non mi era difficile immaginare Zaratustra camminare in montagna e discendere veloce davanti a una valanga.

Il Giappone è un elemento rilevante nella sua narrativa. Lo è stato anche nella sua vita. Ancora una volta quindi la realtà si incrocia con la fantasia. Che senso ha?
Il Giappone è il paese in cui sono nata. È la prima realtà che ho conosciuto e amato. Poi è stato l'oggetto della mia perdita, della mia lacuna. Ora, parlandone in generale, dico che il Giappone è l'unico vero paese che "non è noi". Se parliamo dell'Africa, dell'America, dell'Asia, dell'Australia: tutti questi paesi sono come i nostri
europei, tutto il mondo è "noi", in altre parole tra tutti i paesi ci sono punti in comune. Per il Giappone, questo discorso è impossibile. Il Giappone è l'unico vero paese della diversità. Ciò che caratterizza tale differenza è che i giapponesi sono l'unico popolo a non essere individualista. La nozione di individuo lì non esiste. O, se esiste, è un concetto assolutamente nuovo. Nella tradizione giapponese non esiste che la nozione di gruppo, in cui il valore fondamentale è l'onore. Se un giapponese perde l'onore, perde la ragione del vivere. Da noi il valore fondante è la felicità, la conquista della felicità. In Giappone è il mantenimento dell'onore. L'onore nazionale, l'onore del gruppo. Quello personale viene dopo, è quasi inesistente. Alla fine si identifica con quello del gruppo.

Qual è la sua giornata standard, abitudinaria?
Io non ho giornate standard. Ogni giorno è diverso dal precedente. Ma comincia sempre con le ore di scrittura. Un giorno senza scrittura non avrebbe alcun senso. Poi dedico un bel pezzo del mio tempo ai lettori che mi scrivono. Nessun altro scrittore dedica tanto tempo a rispondere ai suoi lettori. Io lo faccio, almeno cinque o sei lettere al giorno. Scrivo rigorosamente a mano, odio il computer. Oltre a questo faccio le cose che fanno tutte le altre persone.

È innamorata, ha un compagno, si sposerà, intende fare dei figli?...
Sì, amo una persona. Ma non voglio parlare di ciò che appartiene alla mia vita intima.

Parliamo di musica. Quanto è importante per lei?
Io non ho avuto un'educazione musicale. La musica quindi la posso solo ascoltare. Ma ascoltare musica è una delle cose più importanti. Se avessi potuto scegliere, avrei certamente scelto di essere compositore. E se la musica mi sembra la cosa più grande del mondo, scrivendo creo quella particolare musica che io posso comporre con l'uso delle parole.

Il suo primo libro Igiene dell'assassino è stato rifiutato da Philippe Sollers che lo ha letto come editor di Gallimard. Pubblicato dall'editore Albin Michel è stato un successo mondiale. Oggi lei è uno dei sei scrittori francesi che guadagnano di più e possono vivere con la professione di scrittore...
Le cose per me sono andate in modo perfetto. Ho avuto un solo rifiuto da un editore. La maggior parte degli scrittori subiscono una ventina di risposte negative prima che vengano accettati da un editore. Oggi penso che il rifiuto delle edizioni Gallimard mi ha reso un grande servizio, perché poi ho pubblicato con Albin Michel, che è un editore aristocratico. Ed è vero che sono privilegiata, in quanto posso permettermi di fare la scrittrice vivendo con i proventi di questa professione...

Pur cambiando i personaggi e le situazioni, si può dire che lei scrive sempre lo stesso libro? In ogni libro infatti ci sono il protagonista e il suo doppio, c'è il buono e il cattivo che si oppongono e combattono una battaglia che finisce con la sconfitta del bene. Spesso lei tratteggia dei mostri. Non è così?
Non sono così sicura che si tratta sempre dello stesso libro. Ogni nuovo romanzo affronta un tema diverso, presenta scenari diversi dell'esistenza. Non sono d'accordo sul fatto che i miei personaggi siano mostruosi. L'unica cosa costante nei miei libri è la situazione di conflitto. Ma se vogliamo essere realisti, bisogna ammettere che personaggi mostruosi popolano le nostre esperienze quotidiane. Scrivo sempre lo stesso libro? Credo di no. Comunque i miei libri sono scritti dallo stesso autore: qualcosa in comune tra loro c'è. Ma che sia un libro unico, sempre lo steso, non direi.

Oltre alla scrittura, ha altre passioni, per esempio, cinema, teatro, politica, eccetera?
Adoro il cinema. Quanto alla politica, credo che non ci sia persona che non sia in qualche modo interessata. Essa è troppo importante. Io assisto ai comportamenti politici. Seguo molte inchieste. In questo momento ci sono molte ragioni per essere preoccupati. Sono spaventata da ciò che è successo in Iraq e dalle conseguenze che ci sono state e ci saranno nel mondo. Sono costernata che per la seconda volta gli
italiani hanno mandato al potere Berlusconi che mi sembra molto pericoloso ma che sempre più sembra ottenere consensi. Perciò mi sento molto inquieta davanti alla situazione politica mondiale.

Parliamo dei suoi personaggi. Chi sono Jerome Anguste e Textor Texel (protagonisti di Cosmetica del nemico)? Jerome uccide Textor, ma così facendo uccide se stesso.
Penso che ogni lettore si dia da solo la risposta. Ma se vogliamo fare questo gioco letterario, dirò che per me Jerome Anguste è ognuno di noi. È un essere così normale, così "medio", che non lascia emergere da sé se non ciò che è presentabile. Textor Texel, secondo me, non esiste se non all'interno di Jerome. È quel che io chiamo "il nemico interiore". Io ho un nemico dentro di me, e nei miei romanzi parto dal principio che se c'è qualcosa in me deve esistere anche negli altri, perché io sono come tutti gli altri.Se noi assistiamo in questo libro a momenti estremi è perché il personaggio, come accade a tutti prima o poi, incontra finalmente il suo nemico interiore. C'è nel personaggio uno sdoppiamento della personalità. Egli incontra quella parte di sé che era sempre rimasta nascosta, quasi non esistesse. Non c'è cosa peggiore del momento in cui una persona incontra veramente se stessa, perché è il momento della resa dei conti.

Chi è Robert e chi è Plectrude? (Robert dei nomi propri)
È una cantante francese, che era poco nota quando io l'ho conosciuta. Poi ha raggiunto la popolarità. Io ho composto per lei i testi di alcune canzoni. Lei mi ha raccontato la sua vita tragica e ho sentito la necessità di raccontare la sua storia. L'ho amata, con amicizia totale, con ammirazione. Plectrude è Robert, prima che diventasse Robert. Racconto la vita di Robert prima che prendesse questo nome di ragazzo, prima che diventasse un artista. È singolare per una cantante scegliersi un nome maschile, no?

Ora l'amicizia con Robert è finita?
No. Però la relazione ha avuto una svolta. Con lei era nata una sintonia che col tempo era diventata sempre più forte. Era necessario quindi mettere delle distanze perché le effusioni troppo intense diventano dannose.

Ancora una volta una storia di separazione, di dissociazione della personalità!
No, non sempre è così. Le situazioni romanzesche sono le più varie. Comunque in questo e in altri libri mi interessava raccontare il conflitto, la dualità interiore in uno spazio più o meno grande.

Chi sono Pretextat Tach e la fidanzata Leopoldine? (Hygiene de l'assassin).
Pretextat Tach sono io. Si può obbiettare che io non ho ottantatrè anni, che non ho vinto il premio Nobel per la letteratura. Ma al di là di questi dettagli, Tach sono proprio io. E la relazione con la cugina Leopoldine non serve ad altro che a mettere in evidenza le contraddizioni di Tach, cioè le mie.

Lei non parla mai di suo padre, né di sua madre. Come mai?
Sì, è vero. Non parlo molto di loro. Invece spesso di mia sorella, perché lei ha influito di più nella formazione della mia personalità.

Lei parla di sua sorella come se foste gemelle.
Anche se ci comportiamo, sul piano affettivo, come fossimo gemelle, non ci rassomigliamo affatto. Ma dopo tanto stare insieme e tanto parlare intimamente delle nostre cose è intervenuta naturalmente una relazione di gemellaggio.

Chi è Palamide Bernardin (Les Catilinaires) e il professore che l'aiuta a suicidarsi?
Palamite Bernardin è un'altra figura del nemico interiore. Le Catilinarie sono il racconto metaforico di tutto ciò che avviene nell'intimo di una persona e delle contraddizioni che caratterizzano la coscienza. Il professore è il mio "io", ma è anche "tutti", cioè tu, io, lui o lei.

Ha letto i testi sacri della psicanalisi: Freud, Jung, Melanie Klein, Lacan?
Mai. Non ho letto una riga delle opere degli psicanalisti. Non ho alcuna cultura psicanalitica. Tuttavia gli psicanalisti che hanno letto i miei libri mi hanno detto che essi non sono in contraddizione con la mia scrittura.

Qual è il significato del libro Mercure? Il trauma del passaggio dall'infanzia all'adolescenza?
Mercure è il racconto sui gemelli. Abbiamo parlato del particolare rapporto gemellare che ho con mia sorella. Bene, questo è l'unico libro che ho scritto sul rapporto tra gemelli. È la storia di due donne che si riflettono, una morale e l'altra immorale, nella stessa storia. È probabilmente la più grande storia d'amore che io abbia scritto, con due possibilità di scelta per entrambe le donne.

Lei quale ha scelto, la morale o l'immorale?
Io le ho scelte tutte e due.

E Peplum? Perché la storia è ambientata nella città distrutta di Pompei?
È un buon libro di transizione. O piuttosto, la parodia della transizione, non quella seriosa. Volevo parlare di un soggetto che mi sembrava molto grave, la sparizione del Sud. Una storia antica che parla però anche del presente.

Chi sono Epiphane Omosex e Ethel (L'attentat)?
L'argomento che mi appassiona è la bellezza (che poi è la stessa cosa della bruttezza). Che cos'è la bellezza? Perché il bello ci facilita? Perché la presenza del bello ci dà l'impressione di venire salvati? Perché siamo così dipendenti dal fisico? Tutte queste domande attengono alla metafisica. È terribile ma semplice. Sono problematiche oggi più importanti di una volta. La bellezza estrema mi affascina. Ho bisogno di parlarne. Si rischia anche di dire delle sciocchezze. Per esempio: descrivere una bella donna è arbitrario, qualsiasi cosa si possa dire il lettore non sa con precisione che cosa determina la bellezza, ma a un certo punto sa che la donna di cui si parla è bellissima. Per contro la bruttezza ha un suo linguaggio forte. Dunque, per descrivere con efficacia la bellezza l'unico modo è parlare della bruttezza. È un gioco sottrattivo. Più risalta la bruttezza, più si evidenzia la bellezza. Più si concentra l'attenzione sulla bellezza, più la si imbruttirà.

E La metaphisique des tubes? Afferma l'autoalimetazione, no? In realtà, che cosa ha voluto dire?
In questo libro ho voluto scrivere l'autobiografia impossibile, da zero a tre anni. Cioè l'autobiografia che non si può ricordare. Però senza porre domande agli altri. Senza chiedere a papà, mamma, com'ero, che facevate voi, sorridevo, piangevo, eccetera. Non volevo altro che la scrittura, niente altro che la scrittura. Ritrovare la mia vita dal nulla della memoria. Dunque molte attività che riguardano l'alimentazione, la defecazione e altri momenti fisici che sono simili dovunque.

E Marina e Daniel ne Les Combustibles?
Sono due personaggi che scelgono di restare puri nella guerra. C'è un personaggio perverso che pensa che la guerra è perdizione. I due giovani invece vogliono vivere, ma decidono di morire restando puri. In guerra conservare la purezza è difficile. Si pensa che si può resistere a patto che si trovi il mezzo di sopravvivenza. Nel libro il mezzo è bruciare i libri della biblioteca in cui sono chiusi per riscaldarsi, per sopravvivere al freddo che uccide. I due giovani vorrebbero salvare l'ultimo libro. Il professore no, non crede più alla necessità dei libri. Abiura alle sue precedenti convinzioni. I due giovani preferiscono morire. Ma poi anche il professore, finiti i
libri, sarà destinato a morire. Ma i due sono eroi, l'altro è cinico e senza speranza.

Stupeurs et tremblements: l'esperienza del primo impiego in un'azienda giapponese in cui la persona non conta, viene degradata fino all'ultimo scalino. Anche questo romanzo è autobiografico?
In effetti è una parte della mia autobiografia che racconta la mia integrazione spezzata in Giappone. Se la mia integrazione nella società giapponese fosse riuscita, se fossi diventata una business women giapponese, non credo che sarei qui a fare la scrittrice. D'altronde, sono nata in Giappone e lì ho vissuto per i primi sei anni. Parlo giapponese, anche se non lo scrivo. E fino al momento in cui sono tornata in Giappone con l'assunzione in una grande azienda avevo sempre pensato di essere giapponese, che la nostalgia per quel paese era dovuta al fatto che io fossi giapponese. L'esperienza disperante vissuta in quell'azienda mi ha fatto capire che nascere in un luogo non significa appartenere a quel luogo.

Lei è vissuta alcuni mesi in Italia. Che cosa le è rimasto? E in che modo quell'esperienza l'aiuta nella scrittura?
Sono venuta in Italia quando ormai avevo cominciato a fare la scrittrice. Sono rimasta solo tre mesi, ma è stata un'esperienza straordinaria, sono rimasta stordita dalla bellezza. Chi vuole scoprire la bellezza delle opere d'arte non può non passare dall'Italia. E la bellezza è molto importante. Può condizionare la vita. Può
condizionare la scrittura, come a me accade.

Qual è il suo laboratorio di scrittura, qual è il meccanismo che mette in moto la fantasia, l'invenzione, la passione della scrittura?
Sinceramente posso solo constatare che scrivere è difficile. Nessuno deve credere che io mi sieda a tavolino e scriva con facilità. Nulla di tutto questo. Io soffro. La sofferenza genera qualcosa. Sono una persona che ha bisogno di scrivere, ha bisogno di raccontare se stessa in rapporto con gli altri e con i luoghi. Ma naturalmente tutto questo deve anche portare piacere. Spero di poter continuare per molto tempo a
ricevere piacere da ciò che per me è difficile fare.

SCHEDA BIOCRITICA


Amélie Nothomb è nata nel 1967, a Kobe, in Giappone. Il padre, Patrick, erede di una nobile famiglia belga, è stato ambasciatore in Giappone, Cina, Stati Uniti, Laos, Bamgladesh, Roma. La scrittrice ha vissuto l'infanzia in giro per il mondo e in qualche modo tagliata fuori dal mondo. Fino all'età di tre anni non ha parlato e a 17 anni è tornata in Belgio per studiare filologia romanza all'università di Bruxelles.
Benché non parli quasi mai del padre, non nega che sia stata la figura del padre, girovago per professione, a segnare la sua vita. Amélie parla quattro lingue, ha letto tantissimo, ha avuto molti amici nelle varie città in cui ha vissuto, sebbene non gliene sia rimasto nemmeno uno. Unica vera amica è la sorella maggiore Juliette. Entrambe sono state anoressiche.
Risulta che sia il quinto o sesto scrittore francese che riesca a vivere con i proventi ricavati dai diritti d'autore, che, nel suo caso, ammonterebbero a quindici/venti milioni di euro all'anno.
Sin dall'esordio, i suoi libri hanno riscosso grandi successi editoriali, in tutto il mondo. Ha finora venduto sopra i dieci milioni di copie e ha fatto la fortuna dell'editore Albin Michel. Nella sede della casa editrice, situata a ridosso del cimitero di Montparnasse, la scrittrice possiede un piccolo ufficio al pianterreno, nel quale si reca ogni mattina per rispondere ai lettori. L'ho incontrata in quel piccolo ufficio, è venuta a ricevermi all'ingresso della casa editrice, mi ha guidato alla sua scrivania, ingombra di carte e libri e ha risposto alle mie domande con gentile fermezza, negandosi alle incursioni sulla sua vita sentimentale. E' chiamata la dark lady della nuova letteratura francese, in quanto scrittrice di storie nere.
Il suo successo letterario ha costretto i critici ad esporsi: così che qualcuno la esalta, mentre i più si mantengono a distanza. L'Académie Francaise ha premiato il libro Stupeur et tremblements, dal quale è stato tratto un film; un altro film è stato tratto dal romanzo Igiene dell'assassino; una piece teatrale dal libro Cosmetica del nemico. Gli studenti universitari sgomitano per farsi assegnare una tesi sulla sua narrativa. Recentemente è stata discussa alla Sorbona: La corrispondenza tra i caratteri di Amélie Nothomb e le interpretazioni psicanalitiche.
Di fatto la sua scrittura è aderente alla nostra epoca. Moderna nella lingua, usata con rigore matematico, e pure classica nella scioltezza e nel ritmo del racconto. I suoi romanzi, in cui c'è sempre un assassinio, sono delle finestre psicologiche sulla degenerazione dei sentimenti, sulle assurdità comportamentali, sull'ipocrisia della
gente media. Dai suoi romanzi emerge un'umanità malata, in cui i protagonisti di grettezza, degradazione, abnormità, inganni, precarietà sentimentale, incapacità di amare sono obbligati a guardare dentro di sé nonché a fare i conti.
Nothomb usa parole-chiave che equivalgono ai concetti fondamentali di una cosmogonia del male, che di fatto corrisponde alla fenomenologia del bene vista al contrario. La galleria dei suoi personaggi è un'esposizione del mostruoso, di un mondo infelice, il quale, incapace di trovare soluzioni ai problemi di convivenza, fatalmente tende al dissolvimento. Senza che però ci sia distruzione: il boia non è mai il più forte, afferma lei stessa. Pertanto si prospetta che le persone in qualche modo si salveranno. Grazie al fatto che scoppiando le contraddizioni, finalmente
rinvengano la maniera per rapportarsi sopportandosi. Il tutto condito da ironia corrosiva, che non risparmia niente e nessuno, vedi il libro uscito in Francia nell'ottobre 2004 Biografia della fame, che rappresenta ancora un'autodissacrante e bruciante autobiografia.
Accantonata l'infanzia e l'adolescenza, Amélie azzarda l'età adulta, malgrado avesse scritto, in Sabotaggio d'amore: Dopo la pubertà, l'esistenza non è che un epilogo. In Italia, nel mese di ottobre 2004 è stato pubblicato Antichrista, casa editrice Voland di Daniela Di Sora, Roma. Opere precedenti tradotte in italiano:
Igiene dell'assassino (1997), Le Catilinarie (1998), Sabotaggio d'amore (1998), Ritorno a Pompei (in francese: Peplum; 1999), Mercurio (2000), Stupore e tremori (2001), Metafisica dei tubi (2002, Cosmetica del nemico (2003), Attentato (2004), Dizionario dei nomi propri (2004).

indietro