INTERVISTA A ERALDO AFFINATI. A CURA DI BEPPE MARIANO


D.: Attraverso l’analisi che fai dell’opera di Tolstòj in “Veglia d’armi”, tu in effetti intendi parlare al nostro tempo, così povero ormai di ideali e di valori condivisi. Di fronte alla pochezza etica dell’oggi, il mondo militare di ieri con la sua moralità quasi “cavalleresca” sembra risplendere come un fossile che mandi sia pure deboli segnali. Pertanto la “veglia d’armi” del principe tolstojano Andrej, è un invito metaforico a non abbandonare i propri ideali, a difenderli sia pure a prezzo di estreme conseguenze (quelle, starei per dire, che subì scientemente tuo nonno partigiano, fucilato dai nazisti).
Nello stesso tempo, però, mi pare che tu abbia scelto di analizzare con l’epopea napoleonica di Tolstòj anche la guerra stessa con i suoi infiniti orrori. Come scrittore e come uomo del tuo tempo t’interessa evidentemente la reazione dell’uomo di fronte all’orrore: sia che si tratti della guerra, fino alle sue estreme e più aberranti conseguenze che la tecnologia ha consentito, sia, come nel tuo romanzo “Bandiera bianca”, del mondo sfortunato, non garantito dalla storia, dei cerebrolesi.
Anche in un tuo successivo romanzo, “Il nemico degli occhi”, ipotizzando una grande rivolta urbana, analizzi in effetti una situazione estrema in cui l’uomo possa rivelarsi a se stesso e agli altri. E’ proprio così
?

R.: E' indubbio che i miei libri possano essere letti in questo senso, come sismografi dell'estremità: la guerra e la malattia mentale, gli stermini industriali novecenteschi e le rivolte contemporanee spingono l'uomo sull'orlo dell'abisso e lo inducono a chiedersi la ragione profonda di tale inclinazione violenta. Troppo semplice sarebbe accontentarsi di spiegazioni sociologiche. Per quanto mi riguarda, ho da sempre assunto una posizione antropologico-religiosa: sono partito da Tolstoj proprio per questo. L'ho sentito subito il mio autore, quello che più di ogni altro riassumeva le domande intorno a cui mi arrovellavo: se la natura umana è tutt'altro che rassicurante, l'elaborazione di una struttura di valori ideale cui fare riferimento diventa essenziale. Veglia d'armi rappresenta un breviario spirituale, il testo in cui ho chiamato all'appello tutti gli scrittori sui quali mi sono formato: da Conrad a Hemingway, dal colonnello Lawrence a Beppe Fenoglio, unificati, nella mia lettura, sotto la stella tolstojana. Poi c'è stato Soldati del 1956, romanzo, sin dal titolo, d'impianto fortemente autobiografico: nè, del resto, saprei fare in altro modo. La scrittura per me nasce sotto questa consapevolezza e rappresenta il momento di maggiore tensione etica possibile: è l'ultimo anello di una lunga collana di esperienze, emozioni, idee, errori, sconfitte e vittorie. Non dovrebbe mai essere strumentale, subordinata a qualcos'altro, ancella o servitrice dell'idea, dell'azione, o della trama narrativa. Al contrario, è sulla pagina che gli scrittori diventano uomini: ma quella pagina non può essere un foglio, deve rappresentare la vita. La letteratura, secondo la poetica che perseguo, costituisce l'intensificazione dell'esistenza e, in un certo senso, la sua prova del nove. Non potrei mai "inventare" una storia a tavolino. Per come sono fatto, mi costringo all'esperienza. Sono quindi stato in Russia, negli ospedali psichiatrici, ad Auschwitz, nelle città del nostro mondo in cui la modernità gioca le sue scommesse più rischiose, come New York e Los Angeles, insomma ho cercato di conquistare il mio contenuto prima ancora di raccontarlo. So bene che tale condizione è drammatica, nasce cioè da una fragilità, nasconde una ferita, una mancanza, diciamo pure un vuoto, ma consolo me stesso dicendo che se non fossi così probabilmete neppure scriverei.

D.: In “Campo del sangue”, laico pellegrinaggio, tua straordinaria discesa agli inferi, tutta tramata da pertinenti citazioni dei tanti martiri, sopravvissuti testimoni che hanno subìto i campi concentrazionari hitleriani (evidentemente hai letto pressoché tutti i loro libri) intercalate al resoconto diaristico del tuo viaggio di avvicinamento all’orrore di
Auschwitz, metti a prova te stesso. Esordisci dicendo:” Tornerò da Auschwitz ritrovando, ancora una volta, la condizione
spirituale che riconosco mia: quella del reduce”.

R.: Ho compiuto il viaggio da Venezia ad Auschwitz nell'estate del 1995, cinquant'anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con mezzi volutamente poveri, a piedi, in autobus, in autostop, in treno. Intendevo guadagnarmi un ritardo rispetto alla meta che avevo scelto. Chiesi a due miei amici, Plinio Perilli e Eusebio Ciccotti, di venire con me perché volevo uscire dall'individualismo tipico dello scrittore. Si tratta di un'esigenza che ho sentito anche in fase di elaborazione creativa, nel momento in cui, tornando a casa, ho provato a mettere mano agli appunti presi durante il percorso. E' stato in quella fase che il libro, tassello dopo tassello, ha preso corpo come un mosaico, attraverso il confronto tra la mia singola voce e le centinaia di cronache che avevo letto: dai testi famosi di Primo Levi e Robert Antelme, alle testimonianze di Améry, Semprun, Wiesel, Borowski e moltissimi altri, compresi i grandi cronisti del gulag, da Gustaw Herling a Aleksandr Solzenicyn. Come se avessi fatto il viaggio idealmente mano nella mano insieme a ognuno di loro, ho filtrato la sensibilità dei protagonisti diretti con la mia, di uomo in cammino anche dentro se stesso. Quello che avevo scoperto, avanzando fra l'Austria, la Slovacchia e la Polonia, non riguardava una sola persona ma chiamava in causa tutti noi, come cittadini appartenenti alla generazione dei reduci di pace, per l'appunto, i nati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Campo del sangue mi ha lasciato un senso di coralità di cui avevo oscuramente bisogno. E' una sensazione che ho provato soprattutto dopo l'uscita del libro, quando ho cominciato a presentarlo nelle scuole italiane. Parlando coi ragazzi mi sono reso conto dell'importanza che assume la consegna del testimone del ricordo. Fra qualche anno infatti scompariranno, per evidenti ragioni anagrafiche, i protagonisti diretti della Shoah: se non ci saranno altri individui pronti a raccoglierne la memoria per trasmetterla ai più giovani, ciò che accadde nel cuore dell'Europa civilizzata, lo sterminio industriale e amministrativo di milioni di esseri umani colpevoli soltanto di esistere, potrebbe essere dimenticato.


D.: Hai lasciato intendere che in quel santuario dell’orrore è bene non arrivarci direttamente con i mezzi veloci di oggi, come in una gita sia pure di “espiazione”; ma bisogna arrivarci lentamente, per tappe successive, per dar tempo di capire, di poter confrontare il ieri con l’oggi. Durante le tappe di avvicinamento ad Auschwitz, ritrai affettuosamente tuo nonno partigiano, fucilato dai nazisti, e anche tua madre perseguitata dagli stessi. Sono stati forse loro a far scattare in te la necessità del ricordare e del conoscere per ricordare?

R.: All'inizio, quando cominciai a pensare di compiere il viaggio, non credevo che i miei parenti avessero giocato un ruolo determinante nello spingermi a intraprenderlo. Infatti nel libro la parte che riguarda loro risulta abbastanza stringata: del resto non volevo scrivere un romanzo familiare. Adesso capisco con precisione che andare ad Auschwitz ha significato scoprire i luoghi dell'origine: risalire la corrente del sangue. In particolare mio nonno è un centro spirituale rispetto al quale devo prendere posizione: la sua intransigenza etica, la stessa che gli fece mettere a repentaglio la vita della moglie e dei figli, quando rifiutò di iscriversi al partito fascista e decise di reclutare i partigiani del suo paese, continua a formulare una richiesta che sento mia. E' una domanda che mia madre rimosse: sin da bambino, la figura di mio nonno per me era un mistero. Nessuno mi diceva niente: solo allusioni e una foto sbiadita. Sono stato io a costringere mia madre al ricordo chiedendole di raccontarmi tutto ciò che sapeva: lei non voleva farlo. L'esperienza avuta da diciassettenne, quando fuggì da un treno che la stava conducendo in Germania, costituiva un buco nero. Se, ad esempio, davano un film in cui erano presenti immagini dei campi di concentramento o dei vagoni della deportazione, rifiutava di guardarlo. Naturalmente in me questo non faceva altro che accrescere la fascinazione, anche morbosa, per l'argomento. Ora capisco che il giro a vuoto, voglio usare questa espressione, rappresentato da mia madre era necessario. In certi casi la distanza temporale serve. Mi sono sentito chiamato al racconto. E' la condizione ideale per uno che scrive: ed io l'ho colta al volo. Immediatamente, mi sono accorto che non potevo più staccarmi dalla Seconda guerra mondiale; anche in seguito, negli altri libri, avrei dovuto tornare sul tema, come ho fatto e sto ancora facendo, perché avevo preso sulle spalle il peso che mia madre aveva tentato di scrollarsi di dosso.


D.: Auschwitz: nel luogo deputato della crisi più profonda della Ragione, cerchi pur tuttavia le “ragioni” dell’Olocausto.
A un certo punto sembra che tu ne trovi una, ed è quando citi Roger Caillois: “Tutto il male ha origine dalla velleità dello scrittore di separare impunemente la causa dell’arte da quella dell’uomo”. Come a dire che il male ha avuto origine dalla separatezza dell’artista, isolatosi nella sua “torre d’avorio” invece di far parte della realtà di cui pretende essere testimone privilegiato. Questo importante concetto può essere applicato per traslato all’uomo comune. Ed è una riflessione che fai nel tuo libro più recente “Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoffer”. Riproponendo la stessa tecnica di “Campo del sangue”, ossia l’incastro tra le citazioni ricavate dalle opere di Bonhoffer e di altri e il tuo “pellegrinaggio” critico sulle sue tracce nei luoghi in cui visse, poni all’attenzione del lettore il problema sollevato tante volte dal grande teologo trucidato a Flossenburg dai nazisti: il problema cioè della responsabilità individuale e collettiva. Tra le tante citazioni annoto le seguenti: “ L’uomo solo è responsabile dell’umanità presente in lui”; “Non si diventa uomini completi da soli ma unicamente insieme agli altri”. Se tali concetti li estendiamo anche allo scrittore, ecco che, ancora una volta, sembra valere per te non l’invenzione solitaria e magari aristocratica, bensì la ricerca “insieme agli altri” della testimonianza di vite in qualche modo esemplari.

R.: Ho sempre rigettato l'immagine dell'artista libero, affrancato da quella che Cesare Pavese chiamava la "rugosa realtà", pronto a immolarsi per realizzare chissà quali opere, che ha l'ardire di chiedere per se stesso una comprensione maggiore di quella che tutti dovremmo esigere. Il che non significa negare allo scrittore la solitudine che innegabilmente gli è propria, essendo insita nel suo lavoro. Vuol dire soltanto impedirgli di concedersi facili vie di fuga. Ma sono d'accordo con te: dovremmo usare questo concetto per tutti gli individui. La nozione di responsabilità dovrebbe essere concepita in modo pre-giuridico, pre-morale. Proprio i lager ci hanno insegnato quello che già Dostojevskij aveva compreso: si è responsabili dello sguardo altrui ed è questo, in buona sostanza, ciò che ci distingue dagli animali. Ognuno deve tentare di realizzare questa alterità nei modi e nelle forme che gli sono proprie. Il modello di Dietrich Bonhoeffer è stato per me molto significativo non tanto per il suo gesto eroico di contrapposizione frontale al nazismo, quanto per le indicazioni che egli ci ha dato assai prima di salire sul patibolo di Flossenburg. Stiamo parlando di un uomo cresciuto in una famiglia aristocratica, non particolarmente religiosa (il padre era agnostico), il quale mise a disposizione dei più deboli il suo privilegio, non esitando a sporcarsi le mani pur di partecipare alla vita sociale del suo tempo. Un individuo integrale, pieno di vitalità, intelligenza e passione, che invita a pensare Cristo in forme assolutamente nuove, nel secolo dell'infamia, immaginandolo Padre amorevole ma non troppo possessivo, desideroso semmai che l'uomo si assuma le proprie reasponsabilità, senza evaderle nel Suo nome. Ho inseguito i fantasmi di Bonhoeffer nei luoghi in cui lui visse o soltanto transitò: da Berlino a Roma, da Stettino a Monaco fino a New York che ho visitato appena un mese dopo la tragedia delle Twin Towers. Fra targhe commemorative, libri, testimonianze e fotografie credo di aver realizzato con lui quella che Ugo Foscolo chiamava una "corrispondenza d'amorosi sensi", la "celeste dote" che il grande poeta attribuiva agli umani e di cui, con tutti i miei limiti, ho tentato di rendere conto nel Teologo contro Hitler.

D.: Va nella stessa direzione – mi pare - la tua scelta di presentare l’opera omnia di Mario Rigoni Stern, uno scrittore che ammiri e senti affine, nella collana “I Meridiani” Mondadori, di prossima uscita.

R.: Avevo scritto una introduzione al Sergente nella neve nei Super Coralli Einaudi. Così nacque una collaborazione sfociata nella cura del Meridiano che comprende tutte le sue opere. La stampa del testo avverrà nel mese di ottobre. L'incontro con Mario è stato per me uno dei regali più belli che potessi ricevere. Conoscevo l'indimenticabile scrittore di guerra, a cui dobbiamo testi memorabili come Il Sergente, Quota Albania, numerosi racconti, nonché lo straordinario narratore della Storia di Tonle, per citare soltanto qualche titolo. Ma, dopo averne seguito i passi ancora fermi e solidi nei boschi, essere riuscito ad accompagnarlo una decina di giorni meravigliosi nelle malghe dell'altipiano, sulle vette dove ancora oggi sono sparsi i residui bellici della Grande Guerra, ascoltandolo raccontare la sua vita, ho scoperto un tipo d'uomo al quale io, "paesano di città", come mi sono sentito chiamare una volta affettuosamente da lui, vorrei poter assomigliare almeno un poco. Nulla, nella sua pagina così come nella sua vita, è frutto del caso o del capriccio: tutto deriva da una scelta precisa e rigorosa a partire da quella, determinante, di non spostarsi mai da Asiago. Mario Rigoni Stern è come un vecchio artigiano che batte sempre sullo stesso legno, ma ogni volta ce lo ripresenta diverso, con riflessi e luminosità inaspettate. Nella pasta narrativa in cui s'esprime riconosciamo senza difficiltà la storia insaguinata del Novecento ma anche le belle speranze, le splendide illusioni che hanno confortato la nostra gioventù alle quali lui, resistendo a tutte le sirene, non ha mai rinunciato.


ERALDO AFFINATI - NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Eraldo Affinati, nato a Roma nel 1956, è scrittore, giornalista e insegnante. Ha esordito nel 1992 con un libro su Tolstoj: Veglia d'armi (Marietti). Il suo primo romanzo, d'impronta autobiografica, s'intitola Soldati del 1956 (Nardi, 1993). Con la pubblicazione di Bandiera bianca (1995, Mondadori, Premio Bergamo), la storia di una rivolta all'interno di un ospedale psichiatrico, si è affermato come uno degli scrittori italiani più significativi delle ultime generazioni. Affinati ha alle spalle una lunga attività di critico militante: Patto giurato (Tracce, 1996) è uno studio monografico sulla poesia di Milo De Angelis. Il suo costante interesse per le vicende novecentesche si riflette in Campo del sangue (1997), diario di un viaggio a piedi da Venezia ad Auschwitz. Questo libro, entrato in finale ai premi Campiello e Strega, è stato tradotto in francese (Seuil, 1999) e tedesco (Fischer, 1999). Con la raccolta di racconti Uomini pericolosi (Mondadori, 1998), Affinati ha ottenuto il Premio Palmi. Il nemico negli occhi (Mondadori, 2001, Premio Pisa), è la storia di una rivolta urbana nello scenario fantascientifico di una Roma apocalittica. Il suo ultimo libro s'intitola Un teologo contro Hitler, Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (Mondadori 2002, Premio Della Resistenza, Città di Omegna, Sezione Scaffale), viaggio fisico e spirituale nei luoghi che videro l'azione etico-resistenziale di uno dei più grandi cristiani del Novecento. I libri di Eraldo Affinati sono pubblicati anche negli Oscar Mondadori.

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